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Una ricca esperienza comunitaria
E’ la prima volta che tutti i seminaristi della diocesi di Senigallia si ritrovano per vivere una settimana in comunione tra loro e con i responsabili della loro formazione , primo fra tutti il vescovo. Per la nostra diocesi, che non è certo numericamente grande, è decisamente un buon segno che ad Ars si sono ritrovati insieme ben 11 giovani, seminaristi provenienti dai diversi livelli di cammino in seminario. Ci accompagnavano il nostro pastore Giuseppe e tre sacerdoti: don Luciano, don Paolo ( rispettivamente rettore e vicerettore del seminario di Senigallia) e don Patrick. Personalmente da tempo desideravo avesse luogo un evento del genere. Infatti pur essendo un numero ristretto, tuttavia siamo "dispersi" in tre diversi seminari e la conoscenza reciproca tra i seminaristi non può essere che scarsa. Avevamo proprio bisogno di stare insieme per un tempo prolungato, che unisse la preghiera alla condivisione e alla fraternità. A ciascuno risulta chiaro che fin dal tempo del seminario è bene stabilire legami di amicizia e condivisione, che poi nel ministero siano alla base della collaborazione tra i pastori, in modo che tutta la nostra chiesa ne tragga beneficio. Inoltre penso che la scelta della meta sia stata particolarmente felice: Ars, cioè quel minuscolo paese della campagna lionese che è come il cuore del carisma del sacerdozio diocesano. In realtà tutta la regione attorno Lione sembra essere stata particolarmente arricchita dai doni dello Spirito, e ne abbiamo potuto beneficiare anche noi: spostandoci con i nostri mezzi abbiamo facilmente raggiunto Taizé, dove abbiamo avuto un incontro con Frère Roger, poi Cluny e Paray-le-Monial. Da quanto detto emerge che la valenza del nostro pellegrinaggio era duplice: da una parte occasione di fraternità e condivisione, dall’altra esperienza spirituale di preghiera e discernimento. Senz’altro siamo stati bene insieme e il gruppo si è subito amalgamato. I ritmi imposti dalla organizzazione di don Luciano erano abbastanza intensi, ma il desiderio di conoscersi e divagarsi un po’ hanno prevalso sulla stanchezza. Così la tranquillità quasi sacra di Ars è stata violata dal nostro gruppetto che, per contrasto con la flemma rispettosa degli altri pellegrini, si faceva subito riconoscere come italiano. Oltre alle immancabili strimpellate sulla chitarra, cito le corse sui bellissimi prati francesi, che invitavano alle capriole e ad altri giochi innocenti… Tra gli altri, e con questo concludo, c’è stato tempo anche per un’avvincente partita a baseball organizzata con attrezzi di fortuna. Ma non posso fermarmi qui per non dare un’immagine che non corrisponde alla realtà: il nostro gruppetto si è dimostrato capace di passare dai momenti di svago a quelli impegnativi con prontezza e maturità. Personalmente sono rimasto colpito dall’impegno e dalla capacità di mettersi in gioco di fronte al Signore da parte dei ragazzi più "piccoli", i quali, provenendo da un anno di discernimento presso il seminario minore, proprio in quei giorni valutavano la risposta da dare alla chiamata del Signore. La cornice non poteva essere più adatta a questa riflessione: insieme al vescovo e ai compagni di cammino un po’ più grandi, ma soprattutto illuminati dalla figura del santo curato, che pur vissuto in tempi tanto diversi, continua oggi a far risplendere come nessun altro la bellezza della vocazione del prete. Anche per i più grandi, e io sono tra quelli prossimi alla consacrazione nel diaconato, i sei giorni ad Ars sono stati pieni di suggerimenti dello Spirito, in vista del futuro ministero. Personalmente conoscevo il curato da una biografia letta nel primo anno d seminario, ma lo stare ad Ars, circondato da quei luoghi che il tempo sembra non aver trasformato affatto, permette di penetrare il mistero di questa semplice persona come nessun libro può fare. Ciò che più mi ha colpito è l’essenzialità del messaggio di questo parroco: preghiera alla presenza del Signore e amore autentico verso il popolo di Dio a lui affidato. Nulla di nuovo, si direbbe, ma il tutto vissuto con un’autenticità e una semplicità straordinarie. Oggi che al prete sembra esser richiesto di saper fare e fare tutto, la figura del curato ci ricorda che tutto non ha senso senza l’essenziale.
FRANCESCO SAVINI
Riflessione di un seminarista L'esperienza del pellegrinaggio ad Ars, fatta questa estate insieme a tutti i compagni seminaristi della nostra Diocesi, è stato un momento veramente intenso e bello dal punto di vista della Spiritualità come da quello della fraternità. Un tempo propizio per crescere insieme al nostro Vescovo, per conoscerci meglio e per formare sempre più il nostro cuore sull'esempio di grandi figure di santi come Giovanni-Maria Vianney, Margherita Maria Alacoque, Ireneo di Lione e tanti altri incontrati sui nostri passi in Francia. Certamente il loro esempio ci ricorda che è possibile vivere in ogni tempo come Gesù, del quale vogliamo diventare testimoni e strumenti fedeli per annunciare a tutti: "Il Signore è Risorto! Lui è la nostra Via, Verità e vita, l'unico che ci rende liberi". Il mio grazie sentito a quanti hanno permesso la realizzazione di questo pellegrinaggio, affidando al Signore le loro fatiche. Giacomo Bettini
La figura del Curato d'Ars Non è facile parlare del Santo curato d’Ars, perché le reazioni ad una figura di santo come lui tendono ad essere condizionate dall’eccezionalità della sua vita. Non che Giovanni Maria Vianney (questo il suo vero nome) abbia compito chissà quale impresa, ma anzi, la sua vita è stata così semplicemente e totalmente dedita alla semplicità del suo ministero parrocchiale da lasciare sbalorditi. In un tempo in cui una volta parroci lo si rimaneva a vita, Giovanni Maria passerà 41 anni (dal 1818 fino alla morte avvenuta nel 1859) nel paesino di Ars che, al suo arrivo, contava 230 anime. Per noi, abituati a misurare il successo pastorale dai numeri, e a sentirci soddisfatti dalle promozioni e tristi quando ci sembra che persone meno degne ricevano incarichi di maggiore responsabilità, già questo ci sembra un po’ strano … Un Vescovo un giorno disse che per un pastore "un’anima è già una diocesi abbastanza grande", e penso che Giovanni Maria sottoscriverebbe volentieri questa affermazione, lui che più volte cercò letteralmente di "fuggire" dalla parrocchia sentendosi incapace di portare una responsabilità così grande! Un giovane scrittore di successo, Hornsby, in un’intervista dice :"Volete vivere le esperienze più estreme? Cercate di volere bene ad una persona!"; proprio così comincia la grande avventura di parroco di Giovanni Maria che si prenderà cura di tutti i suoi parrocchiani, con una attenzione particolare per i poveri, i peccatori più incalliti e i suoi avversari e calunniatori, che più di tutti, diceva, avevano bisogno del suo aiuto e della sua preghiera. Per loro, solo per loro, la sua vita si costellerà di duri digiuni, di lunghe e appassionate preghiere di fronte al Santissimo, di estenuanti ritmi di servizio al confessionale che alla fine della vita arrivarono fino alle 17 ore giornaliere. Per i suoi parrocchiani consumò le sue energie, i suoi averi, le sue preghiere, il suo tempo, la sua capacità organizzativa, tutto… Sì, forse questa ultima parola riassume bene il suo ministero: egli credette veramente che l’amore ha un solo equilibrio ed una sola misura quella del tutto . Si fece realmente ministro dell’infinita misericordia del Padre, e la sua bontà sapeva irradiarsi ovunque, anche in quella difficilissima quotidianità che lo portava a difendere ed amare continuamente un vice-curato che lo trattava male… Per il Santo Curato d’Ars il vangelo non era solo un bel libro da cui scegliere le pagine che più ci fanno comodo, era la verità, l’annuncio dello sconvolgente amore di Dio, che lo lasciva sempre meravigliato, felice e paziente di fronte ad ogni difficoltà, senza atteggiarsi né da santone, né da martire, né da "esperto". Egli sapeva credere nell’onnipotenza della preghiera e contemporaneamente essere un ottimo organizzatore; Credeva nell’ispirazione dello Spirito e nella semplicità delle parole, ma insieme possedeva una biblioteca di 400 volumi che continuava a studiare ed aggiornare per ben preparare le sue omelie; Sembrava vivere solo per la parrocchia ed era sempre pronto ad allontanarsene ce c’era da predicare o confessare in qualche missione popolare dove ci chiedeva il suo aiuto; Credeva profondamente nell’unicità del ministero sacerdotale eppure fu tra i primi a saper coinvolgere profondamente i laici nell’organizzazione delle attività pastorali. Noi, in genere, preferiamo sempre sopprimere tutti questi paradossi della vita evangelica sostenendo che o si fa una cosa o un’altra, forse dimentichi di dove può condurre lo Spirito d’Amore. Infine un’ultima impressione su quello che sembra essere solo una forma di "antichità" del suo stile di fronte al nostro modo di vivere da cristiani. Il Curato d’Ars fu fiero oppositori di alcuni divertimenti che oggi a noi sembrano totalmente innocenti, e contemporaneamente dedito ad un’ascesi che ci sembra eccessiva. Eppure, pur essendo chiari alcuni eccessi, dalla sua vita emerge anche un insegnamento che non dovremmo accantonare con troppa fretta per una pretesa superiorità del nostro spirito moderno: per attrarre le vite a Cristo la via maestra non è la confusione indistinta con lo stile del "mondo", ma la genuinità evangelica. Per incontrare gli uomini e le donne di ogni tempo il linguaggio sempre vero ed universale è quello dell’amore che, se ci manda continuamente nel mondo, allo stesso tempo ci ammonisce incessantemente a non avere lo spirito del mondo. Andrea Franceschini L'incontro con la Comunità di Taizè Ad un centinaio di chilometri da Ars siamo andati ad incontrare la comunità di Taizè, conosciuta in tutto il mondo e soprattutto dai giovani. Per certi, il nome di "Taizé" evoca un certo stile di canti, usato sempre più nelle parrocchie, nei centri di spiritualità, nei seminari. Per altri, la parola "Taizé" suggerisce
degli incontri, sempre più numerosi, di giovani... ma Taizé è una
comunità ecumenica di fratelli in un piccolo villaggio della Borgogna.
Il fondatore della comunità di Taizé, frère Roger ha cercato
di aprire nuove vie per superare le lacerazioni tra i cristiani e i
conflitti dell'umanità. Appena arrivati nel piccolo villaggio di Taizè siamo stati accolti da "frère" John che ci è stato vicino e ci ha illustrato la vita e le attività della comunità. Abbiamo partecipato, insieme a tanti giovani provenienti da ogni parte del mondo, alla preghiera di mezzogiorno che si è tenuta all’interno della grande chiesa della Riconciliazione (esternamente sembra un immenso tendone). E’ stato un momento intenso dove si è potuto constatare con mano quanto sia grande il Signore. Migliaia di giovani inginocchiati o seduti rivolti verso l’altare pregare e cantare. Tutti rivolti verso Cristo. Tutti uniti da Cristo. Tutti fratelli e sorelle che pregano l’unico Dio. Tutti chiamati da Cristo a testimoniare l’amore. Una preghiera cantata fatta di poche parole semplici ma profonde. E’ bello vedere una marea di giovani che pregano e che incontrano Cristo. Tra tante persone emergevano i "freres" della comunità vestiti con un camice bianco. E tra questi spiccava una figura particolare circondata da tanti bambini. Un uomo anziano e canuto, un uomo debole e ricurvo, un uomo innamorato di Dio, un uomo di Dio, un uomo con gli occhi grandi di un bambino: frère Roger. Un momento particolarmente bello è stato il pranzo insieme a frère Roger , alla comunità e a altri ospiti. Tutti quanti stavamo seduti ad una grande tavola all’aperto circondata da tanti alberi che facevano ombra. Frère Roger e il nostro vescovo Giuseppe hanno dialogato fraternamente lungo tutto il pranzo e tutti noi abbiamo avuto la possibilità di ascoltarli. Parole di amore, parole vere dove si respirava a pieni polmoni la bellezza di essere fratelli in Cristo, di essere parte dell’unico Corpo di Cristo. Prima di ripartire per Ars ognuno di noi ha potuto abbracciare e baciare frerè Roger assaporando la gioia di un incontro con un testimone dell’amore di Cristo.
Presentazione della comunità di Taizè La storia Quando si chiede a frère Roger, fondatore della comunità di Taizé, che cosa abbia determinato le sue scelte all'inizio, risponde spesso ricordando la propria nonna. Durante la prima guerra mondiale viveva da vedova nella Francia del Nord. I suoi tre figli combattevano al fronte. Sotto i bombardamenti decise di restare a casa sua per ospitare i fuggiaschi, vecchi, bambini, donne incinte. Se ne andò solo all'ultimo istante quando tutti dovettero andarsene. Da quel momento fu animata dal desiderio che nessuno dovesse più vivere quello che lei aveva vissuto. Cristiani separati tra loro s'erano reciprocamente uccisi in Europa, diceva; che almeno si riconcilino per tentare di impedire una nuova guerra. Era di vecchio ceppo protestante. Per realizzare già in se stessa una riconciliazione, si recò alla Chiesa cattolica senza che ciò apparisse come un rinnegamento dei suoi. Le due aspirazioni della nonna, rischiare qualcosa per i più miseri di allora e riconciliarsi con la fede cattolica, marcheranno la vita del giovane Roger. Nel 1940, ha venticinque anni. Una nuova guerra lacera
l'Europa: la seconda guerra mondiale fa disastri. Da vari anni ormai Roger,
abitato da una passione per l'assoluto, porta in sé il progetto di creare
una comunità monastica dedicata alla riconciliazione. Lascia il suo paese
natale, la Svizzera e va a stabilirsi in Francia, Paese di sua madre, per
essere presente dove imperversano la guerra e la miseria. "Più un
credente vuole vivere l'assoluto di Dio, scriverà più tardi, più deve
inserire quell'assoluto nella miseria umana". In nessuno degli altri luoghi che aveva visitato, aveva
inteso parole simili. Nella casa che compra, nasconde profughi politici
che fuggono dalla zona di occupazione tedesca, in particolar modo Ebrei.
Rimane a Taizé dal 1940 al 1942. Prega da solo tre volte al giorno in un
piccolo oratorio, come farà la comunità futura della quale sta meditando
la creazione. La Gestapo, polizia nazista, perquisisce a più riprese la
casa e cosí è costretto ad allontanarsi dalla Francia dalla fine del
1942 alla fine del 1944. La comunità, parabola di comunione. Nel 1944, al momento del suo ritorno a Taizé, frère Roger è accompagnato dai tre primi fratelli che, nel frattempo, ha incontrato. Nel 1949 assumono gli impegni perpetui in sette: celibato, accettazione del ministero del priore, comunione dei beni spirituali e materiali. Frère Roger è priore. Nel 1952 scrive una prima edizione della Regola di Taizé che modificherà molte volte nel corso degli anni (a cominciare dal titolo) e che diviene "Le Fonti di Taizé". La comunità affonda le sue radici e prende presto il suo posto nella famiglia monastica. Taizé si trova a 10 chilometri da quel luogo famoso che fu Cluny e non lontano da Citeaux, altro antico monastero. Anno per anno, poco alla volta, la comunità di Taizé cresce. Nel 1969 alcuni fratelli cattolici vi possono entrare. Conta oggi più di cento uomini, cattolici e di origine evangelica, provenienti da circa trenta nazioni differenti. Con la sua stessa esistenza, la comunità è segno di riconciliazione tra i cristiani divisi, tra i popoli separati e costituisce quella che frère Roger chiama una "parabola di comunione". Se la riconciliazione tra i cristiani è al centro della vocazione di Taizé, non lo è mai con uno scopo in sé ma perché i cristiani stessi siano a loro volta fermento di riconciliazione tra gli esseri umani, di fiducia tra i popoli, di pace sulla terra. La comunità non accetta per sé alcuna offerta, alcun regalo. I fratelli non accettano neppure le loro eredità familiari. Si guadagnano da vivere solo per mezzo del loro lavoro e condividono con gli altri le loro risorse. L'accoglienza dei giovani Fin dal 1957-1958, Taizé accoglie giovani in numero sempre crescente. Provenienti da tutti i Paesi d'Europa, come da altri continenti,
partecipano agli incontri che durano una settimana, imperniati sulla
ricerca delle sorgenti della fede. Oggi i volti indicanti le più svariate origini razziali, gli abiti africani, asiatici, manifestano un'amplificazione intercontinentale considerevole. Ogni settimana gli incontri non riuniscono più solo
giovani europei, ma nel corso di un'annata, giovani di un centinaio di
nazionalità, dal Messico al Giappone, dallo Zaire all'India, da Haiti al
Sudafrica. Senza contare le migliaia di pellegrini che giorno per giorno passano per qualche ora a Taizé, gli incontri intercontinentali riuniscono da 3000 a 5000 giovani ogni settimana d'estate e da 500 a 1000 in primavera e autunno. Centinaia di migliaia di giovani si sono così succeduti a Taizé nel corso degli anni, attorno ad un tema centrale: vita interiore e solidarietà umane. Vengono per cercare alle sorgenti della fede il senso della loro vita e tornare a casa con uno slancio nuovo. Durante una settimana di preghiera e incontri con giovani da altre parti del mondo, si preparano ad assumersi delle responsabilità nella loro vita. Tre volte al giorno ha luogo la preghiera comunitaria nella "chiesa della Riconciliazione", costruita nel 1962, spesso ingrandita con l'innalzamento di alcuni tendoni e alla quale si è dovuto aggiungere nel 1990 un grande avancorpo. I "canti di Taizé" sono caratteristici: composti di una sola frase ripetuta a lungo, in molte lingue, esprimono una realtà essenziale, colta subito dall'intelligenza, che viene a poco a poco interiorizzata dall'intera persona. La preghiera di ogni sabato sera è come una veglia di Pasqua, una festa della luce. Il venerdì sera l'icona della croce è posta al suolo
perché ciascuno, inginocchiandosi dinnanzi e appoggiandovi la fronte,
affidi a Cristo le proprie difficoltà personali e quelle degli altri,
accompagnando cosí il Risorto, in agonia per tutti coloro che stanno
subendo oggi una prova difficile. università, e in tutti i vostri luoghi di lavoro".
Sulle orme della santità di un prete: il Santo Curato d’Ars. I Seminaristi della nostra diocesi, guidati dal Vescovo, si sono recati in pellegrinaggio ai luoghi che hanno visto il ministero pastorale di parroco di Giovanni Maria Vianney, il curato d’Ars. La nostra diocesi ormai da più di 30 anni non ha più il Seminario maggiore e, quindi, i nostri seminaristi studiano fuori, due a Roma e gli altri in Ancona, mentre chi frequenta ancora la scuola superiore è qui a Senigallia. L’essere per tutto l’anno in luoghi diversi non permette di conoscersi e sentirsi in cammino insieme. E’ nata allora l’idea di valorizzare il tempo estivo per passare alcuni giorni insieme, unendo anche un’opportunità di arricchimento spirituale. Fra le tante possibilità è stata scelta come meta Ars, dato che in quei luoghi è vissuto Giovanni Maria Vianney, il santo patrono dei parroci. L’idea e la meta sono piaciute al nostro Vescovo che ben volentieri si è unito a noi. Partiti all’alba del 30 luglio con due pulmini, dopo una tappa a Piancenza, nel tardo pomeriggio siamo arrivati a destinazione e ospitati presso il Seminario Maggiore di Ars. La prima giornata è stata dedicata subito alla conoscenza della persona e della santità del curato di Ars. Il gran caldo non ci ha impedito di scoprire la grandezza e nello stesso tempo la semplicità di questo prete che come unico scopo prefissato del suo ministero e della sua vita è stato quello di "indicare la via al cielo" ai suoi parrocchiani con le parole, ma prima ancora con l’esempio. E’ stata suggestiva la celebrazione della Messa all’altare dove è custodito in una urna il corpo del santo e ricco di spunti è stato l’incontro con il Rettore della basilica. Nel secondo giorno abbiamo colto l’occasione per una visita ad alcuni luoghi che sono centri ricchi di spiritualità. Al mattino ci siamo recati a Taizè, che dista meno di un’ora di macchina da Ars. Accolti da frèr John, abbiamo condiviso con alcuni delle migliaia di giovani (in quella settimana ve ne erano 4500!) una lectio divina su un passo del vangelo di Giovanni e, poi, la preghiera con i monaci e tutti i giovani nella grande chiesa. I canti e le preghiere caratteristici di Taizè ci hanno coinvolto tutti in un momento di grande intensità spirituale. Per il pranzo siamo stati invitati alla mensa con i monaci e con frèr Roger. Abbiamo così non solo potuto fare una foto insieme, ma ascoltare le parole di questo testimone che la fraternità fra cristiani è veramente possibile, se nasce dal comune amore di Dio. Con la visita delle vestigia monumentali dell’abbazia di Cluny ci siamo proiettati nella ricca storia della fede che da questi luoghi si è irradiata per tutta l’Europa dal XI al XIII secolo con il numeroso stuolo di santi monaci e abati. A Paray-leMonial ci siamo introdotti in quella spiritualità caratteristica di fine ottocento, che tanta ricchezza ha donato alla Chiesa e che ancora oggi ha un messaggio da proporre ai noi del XXI secolo: la spiritualità del S. Cuore di Gesù attraverso l’opera e le parole di S. Margherita Maria Alacoque e S. Claudio La Colombière. Il terzo giorno è stato dedicato alla riflessione personale e di gruppo non solo su quanto il nostro sguardo aveva potuto osservare, ma sui messaggi spirituali e pastorali incontrati nei giorni precedenti. Ci ha guidati una riflessione del nostro Vescovo nel mattino e nel pomeriggio abbiamo vissuto il momento della riconciliazione con la liturgia penitenziale. E’ stato un giorno di comunione e di fraternità. Ormai eravamo una presenza ben visibile fra i pochi abitanti di Ars e trai sacerdoti del Seminario. Nel mattino piovoso del quarto giorno ci siamo recati a Lione visitando la cattedrale di S. Giovanni, splendido monumento gotico, e il santuario mariano della città dedicato alla Vergine di Fourvier. Nel ritorno abbiamo fatto tappa a Dardilly, paese natale del santo Curato d’Ars, cogliendone i primi passi della sua vocazione e le sue enormi difficoltà. Nel pomeriggio l’incontro con Mons. Bagnard, il vescovo del luogo, ci ha fatti sentire più che ospiti, quasi ormai di casa. E’ stato un assaggio di vita della Chiesa di Francia, con le sue gioie e le sue fatiche. Il 4 agosto è la festa del santo e Ars si riempie di innumerevoli pellegrini. Anche noi ci siamo uniti a loro nelle varie celebrazioni che erano presiedute dal Card. Tettamanzi, vescovo di Genova. Nel pomeriggio abbiamo potuto avere l’opportunità di incontrare il cardinale in un dialogo cordiale e amichevole sui vari temi compresi il G8 e la globalizzazione. L’ultimo giorno, dopo la celebrazione di primo mattino dell’Eucarestia domenicale all’altare del Santo, ci siamo avviati sulla strada del ritorno. Ripensando a questa esperienza mi nasce spontaneo un grazie al Signore per i suoi innumerevoli doni: la ricchezza spirituale del Curato d’Ars a cui abbiamo potuto attingere di persona, la gioia e la serenità con cui abbiamo vissuto tutti insieme questi giorni di fraternità, la presenza del nostro Vescovo, continua e amichevole, da vero padre. Sono certo che, come in me, in ciascuno rimarrà un segno indelebile di questi giorni d’estate del 2001.
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