Ordo Virginum

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Presentazione

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Ordo Virginum e Chiesa locale

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Ordo Virginum: dono per l'oggi

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Le foto della professione di Antonella Pianelli

 

Presentazione

 

1.  Sviluppo storico

 

1.1.  dal nuovo testamento ai  padri  della chiesa

Il Nuovo Testamento dice una parola nuova sulla verginità, che non era presente nell’Antico Patto: la scelta di vita di Gesù e il suo invito a essere “eunuchi per il regno”, l’esempio di Maria e gli scritti di Paolo, che mettono in risalto il significato escatologico e sponsale della verginità, spinsero donne e uomini a sceglierla come condizione stabile di vita.

Nelle prime comunità cristiane, fin dai tempi apostolici emerge chiaramente che la verginità è un modo di vivere l’adesione totale a Cristo. Il mondo pagano conosceva forme di castità temporanea legate all’esercizio sacerdotale e al servizio delle vestali, ma l’impegno di asceti e vergini cristiani, che dava forma alla scelta di fede nel Signore crocifisso e risorto, presentava degli elementi di assoluta novità.

Fra i carismi esistenti nella prima comunità cristiana, la verginità consacrata si confronta in modo specifico con il matrimonio. Si sa che la liturgia del matrimonio cristianizzava degli usi antichi e consisteva essenzialmente nella velatio della sposa, che era accompagnata da una preghiera di benedizione nel corso dell’eucarestia. Velatio, benedizione, eucarestia sono i tratti liturgici che ritroviamo al suo nascere (IV secolo) anche nella Liturgia della Consacrazione delle vergini. L’identica struttura liturgica delle due velatio indica che matrimonio e verginità consacrata sono due momenti dell’unico mistero di Cristo Sposo della Chiesa. Nei secoli i due rituali hanno reciprocamente attinto segni e tradizioni che mettevamo meglio in risalto il loro comune carattere nuziale.

Nei primi secoli le vergini cristiane sono solite rimanere in famiglia, anche perché nella società romana le donne vivono sotto la tutela del padre o, se sposate, del marito.

 

1.2. dall’epoca patristica al concilio di trento

Nel passaggio dall’epoca patristica all’epoca medievale, la virgo sacra assume la fisionomia di una  sanctimonialis: il monastero prende il posto della casa paterna, all’autorità del vescovo si aggiunge quella della superiora, al servizio ecclesiale, svolto in mezzo alla comunità, subentra il servizio monastico, attuato in regime di separazione dalla vita ordinaria dei fedeli, alla sequela Christi vissuta senza particolari strutture si sostituisce una forma di sequela minutamente programmata, nella vita comune.

è il momento della grande espansione della vita monastica. Vengono redatte le regole che saranno assunte anche nei secoli successivi come riferimenti di intere famiglie religiose monastiche e di singole esperienze di consacrazione. Si sviluppa in seno al monastero la lettura della vita monastica femminile come una perenne liturgia nuziale: mediante la parola, la preghiera salmica, la liturgia eucaristica, l’anno liturgico, la monaca vive la sua relazione nuziale con il Cristo sposo.

Col sorgere nella Chiesa di numerosi movimenti spirituali come ritorno alla vita evangelica (semplicità, fraternità, itineranza), la verginità consacrata trova nuovi spazi e nuovi modi per esprimersi. Nei movimenti evangelici le vergini, pur rimanendo laiche, riescono a darsi un compito specifico nella comunità locale: vestono semplicemente, sono povere, si mantengono con il proprio lavoro, abitano nelle proprie case o, costituendosi spontaneamente in piccoli gruppi, vivono in modeste abitazioni, pregano con gli altri fedeli nelle chiese pubbliche e spinte dall’amore di Dio si dedicano alle opere di misericordia, in particolare al servizio degli infermi.

Le donne vergini che scelgono comunque di vivere fuori dal monastero, siano esse laiche o religiose-mendicanti, non ricevono la consacrazione verginale: le prime perché è ormai  interrotto da secoli il rapporto con il vescovo, le seconde perché rappresentano una rottura con la vita monastica tradizionale, nel cui seno si era conservata la consecratio virginum. Spesso sono inserite nell’ambito spirituale degli ordini mendicanti i quali però, nel tempo, indirizzano l’espressione femminile del loro movimento solo verso una vita claustrale.

Dal periodo tardo-medievale fino alle soglie del Concilio Vaticano II l’attenzione si sposta sul rapporto matrimonio e verginità. L’esegesi tradizionale rilevava la superiorità oggettiva della verginità rispetto al matrimonio, in risposta ad un’errata esaltazione, non evangelica, di quest’ultimo. Così il Concilio di Trento e così l’enciclica Sacra Virginitatis (1954)  di Pio XII. Quest’ultima ha in più il pregio di mettere in luce l’inopportunità di una contrapposizione tra i due stati di vita e il significato teologico cristiano delle due vocazioni.

Per quanto riguarda la consacrazione delle vergini, il rito viene puntualmente riportato nei Pontificali, ma di fatto, cade in disuso. Così quando la vita religiosa femminile si organizza in forme che non prevedono la clausura, essa generalmente non conosce e non utilizza questo rito.

 

1.3. il xx secolo e il concilio vaticano ii

Agli inizi del XX secolo la vita consacrata femminile trova nuove modalità di espressione, favorite da una pluralità di fattori: il rifiorire degli studi patristici, l’estendersi del movimento liturgico, l’attenzione all’apostolato dei laici, il nuovo modo di porsi della donna nella società e nella Chiesa. Donne laiche chiamate a consacrare la loro verginità per il Regno formulano il proposito di castità nelle mani del confessore e, a volte, si inseriscono in pie associazioni che sostituiscono l’appartenenza ad una famiglia religiosa. Dopo la Prima Guerra Mondiale, in Francia, Belgio e Svizzera, alcuni vescovi sono favorevoli a ripristinare l’uso della consecratio virginum anche per donne che non abbracciano la vita monastica e procedono ad alcune consacrazioni, sulle quali viene mantenuto un prudente riserbo. La Santa Sede, interpellata su questo ripristino dell’antica tradizione, nel 1927 nega ai vescovi la facoltà di consacrare vergini laiche.

Si dovrà attendere il Concilio Vaticano II perché questa spinta laicale, sostenuta da una rinnovata ecclesiologia, permetta che la consecratio virginum torni ad essere celebrata anche per donne che, non scegliendo la vita monastica, rimangono inserite nel tessuto della comunità cristiana locale.

L’immagine della Chiesa come Popolo di Dio (LG 9), è il terreno da cui scaturiscono nuove spinte ecclesiali e da cui si sviluppa la teologia riguardante la Chiesa particolare. Alla luce di questo nuovo contesto ecclesiale anche la verginità consacrata trova un terreno in cui rileggere la propria esperienza secolare per aprirsi a nuove prospettive.

Alcuni documenti del Concilio presentano in particolare l’esperienza della vita consacrata e ne fanno emergere un rinnovato volto.

Il Concilio promuove anche un rinnovamento dei riti con i quali viene abbracciata la vita consacrata. Così la costituzione liturgica Sacrosanctum Concilium, al n. 80, dispone la revisione del rito della consecratio virginum. In attuazione di tale disposizione, nel periodo postconciliare viene redatto il nuovo ordo consecrationis virginum, promulgato il 31 maggio 1970 con l’approvazione di Paolo VI.

 

1.4. dalla promulgazione del rito ai nostri giorni

A partire dagli anni Settanta in Italia alcune donne vengono consacrate con il rito della consecratio virginum in lingua latina; la versione italiana viene pubblicata nel settembre del 1980. Sono sempre più numerose le consacrazioni celebrate alla presenza dei fedeli le quali gradualmente sostituiscono quelle svolte in modo riservato. Il cammino di discernimento e di formazione viene condotto in genere in forma individuale, con la guida di un direttore spirituale. Non ci sono molti legami tra le consacrate e ancor meno tra l’ordo virginum delle diverse diocesi.

Il nuovo Codice di Diritto Canonico ha dedicato il can. 604 a questa forma di vita già presente nelle Chiese, favorendone una più ampia conoscenza. Verso la fine degli anni Ottanta aumentano le donne che fanno richiesta di accedere a questa consacrazione provenienti da un numero crescente di diocesi. Le consacrazioni vengono celebrate con maggiore coinvolgimento e preparazione delle comunità locali e risulta così più facile cogliere alcune caratteristiche di questa vocazione: la volontà di vivere il carisma evangelico della verginità, in una vita vissuta secondo il Vangelo nelle condizioni di tutti i cristiani, con una chiara appartenenza alla Chiesa locale.

In questo periodo diverse sono le pubblicazioni relative all’ordo virginum; numerosi articoli, studi, commenti al rito vengono stilati da parte di esperti e di consacrate. Un bollettino informativo, Sponsa Christi, redatto dalle consacrate di Vicenza, circola fra le diocesi e permette una prima conoscenza tra persone a vario titolo interessate.

Dal 1988, inoltre, prendono avvio i convegni nazionali che permettono il confronto e l’approfondimento degli aspetti qualificanti questa consacrazione. Il convegno del 1990 a Roma, in occasione del ventennale di promulgazione del rito, segna una tappa significativa perché permette di far ulteriormente conoscere l’esistenza di questa vocazione alla realtà ecclesiale italiana e ai suoi pastori. In questi anni vi è anche la pubblicazione del Catechismo della Chiesa Cattolica che dedica alcuni numeri all’ordo virginum e lo svolgimento del Sinodo sulla vita consacrata, durante il quale i Padri sinodali hanno considerato anche questa forma di consacrazione.

Giovanni Paolo II ha incontrato le vergini consacrate di ventidue nazioni riunitesi in convegno a Roma in occasione del XXV anniversario di promulgazione del Rito e ha espresso la gioia della Chiesa per la rinascita dell’ordo virginum nell’esortazione apostolica postinodale Vita Consecrata. 

Secondo i dati elaborati nel 2001 sono circa 350 le donne coinvolte a vari livelli nell’ordo virginum in Italia, di cui circa il 60% al nord, il 25% al centro e il 15% al sud-isole. Fra queste circa 200 hanno ricevuto la consecratio virginum . Le rimanenti sono in un cammino di formazione o di discernimento in merito a questa forma di vita. Sono 75 le diocesi italiane coinvolte in questa vocazione e 52 le diocesi in cui vi sono vergini già consacrate.

 

2. La vergine consacrata

 

2.1. Donna consacrata

La vergine consacrata vive il suo essere donna e porta a compimento la vocazione cristiana con l’accoglienza della propria vocazione particolare.

Nel percorso della sua maturazione umana e spirituale, la consacrazione nell’ordo virginum le offre una modalità per vivere in pienezza la sua umanità.

In questa modalità di vita sviluppa l’originalità personale come dono per sé e per gli altri; coglie che la sua vita è un essere in relazione con se stessa, con gli altri, con Dio, nella Chiesa, in un determinato contesto sociale e culturale; si scopre generata dalle relazioni e capace di accogliere l’altro e attivare le sue potenzialità; consapevole che la crescita dell’identità personale e vocazionale è progressiva, costruisce e assume una propria progettualità, imparando a scegliere significati e valori che diano senso alla vita; esprime le sue capacità vivendo responsabilmente impegni e doti personali; fa esperienza della maturazione della propria affettività e dell’unificazione della propria vita.

 

2.2. Nel disegno salvifico della trinità

La “nuova unzione spirituale” (RCV 29) che la vergine consacrata riceve nel rito di consacrazione delle vergini è radicata nella consacrazione battesimale.

Con la celebrazione della consecratio ella sperimenta un nuovo modo di partecipare alla vita trinitaria in cui già il battesimo l’aveva inserita.

Dio Padre la chiama per un disegno di amore (RCV 34), per unirla più intimamente a sé (RCV 29) e la sostiene di giorno in giorno nella fedeltà (RCV 53).

Il Figlio Gesù Cristo con la sua Parola e nei sacramenti fa della sua vita un’esperienza sponsale (RCV 56).

Lo Spirito Santo la rende segno della sponsalità della Chiesa e le dà la forza per tradurla in una vita autentica (RCV 29).

 

2.3. Nel mistero sponsale di Cristo e della Chiesa

L’intuizione originaria che sta alla base della forma di vita propria dell’ordo virginum è il particolare rapporto tra l’amore con cui la persona si sente amata da Dio e l’amore con cui Dio, in Cristo, ama la Chiesa (Ef 5,25.32).

All’interno di questa intuizione la vergine matura una scelta di dedizione al Signore, che si esprime nel proposito di verginità, vissuto nell’ordinario contesto della comunità cristiana e della società civile, e che viene poi confermata nella celebrazione della consecratio virginum, mediante la quale è costituita segno della nuzialità della Chiesa.

È unicamente alla luce di questo mistero nuziale, in cui tutti i cristiani sono inseriti per il battesimo, che la vergine è chiamata sponsa Christi.

In tale mistero scopre il senso della sua vocazione: accogliere e rispondere all’amore di Dio guardando a come Cristo ha amato la Chiesa e facendo risplendere in ogni gesto la dedizione della Chiesa verso Cristo.

Per imparare a corrispondere all’amore di Cristo la Chiesa guarda a Maria, colei che in sé ha dato spazio e forma all’alleanza nuziale tra Dio e l’umanità diventando madre di Cristo e di coloro che, nello Spirito, rinascono alla vita di grazia. Così anche la vergine consacrata scopre in Maria il modo con cui vivere nella fede e nell’amore esclusivo per il Signore.

Questa forma di vita mette in evidenza il radicamento e la comunione nella Chiesa particolare come elementi costitutivi di una continua crescita vocazionale e di una autentica esperienza ecclesiale.

È nella realtà concreta della Chiesa che la vergine cerca lo Sposo, il senso della propria vita, il suo compimento. L’incontro con lui si fa reale in quella porzione di Chiesa dove vive, da cui è nutrita e a cui si dedica. Si riconosce inserita nella storia, nella tradizione viva, nella spiritualità della sua Chiesa, lasciandosi interpellare dalle esigenze e scelte pastorali. In essa ascolta la Parola, celebra i sacramenti, offre la sua preghiera, condivide le gioie e le fatiche dei fratelli, specialmente dei poveri, annuncia il Vangelo, promuove l’unità dei cristiani, vive la comunione nel dialogo di fede con le diverse vocazioni (cfr. RCV).

Il rapporto personale con il vescovo è una delle modalità con cui la vergine consacrata concretizza il legame con la Chiesa e un’espressione della cura che la Chiesa manifesta per questa vocazione; ciò che il vescovo è nei confronti della Chiesa particolare lo è nei confronti della vergine consacrata: segno di Cristo Sposo e Pastore, principio e fondamento dell’unità nella Chiesa particolare e garante della comunione nella Chiesa universale.

Attenta ai suggerimenti dello Spirito, la vergine consacrata impara a riconoscere e attualizza le modalità personali con cui partecipare alla missione della Chiesa nel mondo: per questo all’interno dell’ordo virginum si esprime una molteplicità di carismi e ministeri, segno della ricchezza e varietà dei doni con cui lo Spirito arricchisce la Chiesa.

Sperimenta l’amore tenero ed esclusivo di Cristo attraverso la vicinanza dei fratelli: donandosi a loro, scopre la grandezza dell’amore che il Padre mediante il Figlio riversa sull’umanità e da lui impara ad essere figlia, generata alla fede; sorella, accanto al cammino delle donne e degli uomini del suo tempo; madre, nel dono senza riserve.

Con l’ascolto della Parola, la riconciliazione, l’eucaristia, gli spazi di silenzio e la preghiera personale, cresce nella dimensione contemplativa e impara a leggere la realtà nel progetto di Dio.

Celebrando la Liturgia delle Ore si unisce alla preghiera di Cristo nella lode al Padre e nell’intercessione per la salvezza del mondo.

La liturgia educa la vergine consacrata a vivere costantemente immersa nella vita trinitaria e in una dimensione escatologica, nella ricerca del Regno di Dio, per la gloria del Padre.

La consacrazione verginale fa crescere in lei un atteggiamento di fiducia nei confronti del mondo, dell’umanità e uno stile di ascolto della storia e delle problematiche umane congiungendola, per consuetudini di lavoro e di vita, ad ogni uomo e donna per cui si fa compagna di viaggio, strumento di comunione e testimone di amore. Anche quando nel corso della sua esistenza attraversa la sofferenza, la malattia, l’inattività, sperimenta e testimonia l’unione con il Signore. Partecipa all’opera creativa di Dio attraverso il lavoro che le permette di provvedere al proprio sostentamento e di aprirsi alla condivisione dei beni.

Con la sua vita desidera dare voce all’invocazione dello Spirito e della Chiesa: “Maranathà, Vieni Signore Gesù” (Ap 22,20), tenendo viva un’attesa vigilante e profetica.

Agli uomini e alle donne del proprio tempo la vergine consacrata richiama il desiderio di Dio e svela una modalità con cui Dio oggi si fa presente nella storia dell’uomo offrendogli nuove e continue opportunità per accogliere l’offerta di vita che lo salva.

 

3. l’accoglienza nella chiesa particolare

 

3.1.  Un ordo ecclesiale

L’ordo virginum è formato dalle donne che nella loro Chiesa particolare hanno ricevuto il dono della medesima consacrazione.

La celebrazione della consecratio virginum — anche se viene compiuta per una sola persona — rende presente nella diocesi questa realtà, che pertanto non necessita di un atto formale di istituzione o dell’emanazione di norme diocesane relative prima della celebrazione del rito.

Per la singola consacrata l’appartenenza all’ordo assume il significato di una profonda comunione, innanzitutto con le consacrate della propria diocesi e poi con quelle di altre diocesi, in un continuo e dinamico confronto sull’identità, la missione e la formazione.

 

3.2.  Il rapporto con il Vescovo

La sollecitudine pastorale nei confronti delle vergini consacrate e di coloro che aspirano a ricevere la consecratio virginum è parte del ministero ordinario del vescovo diocesano. Come pastore di una determinata porzione del popolo di Dio, infatti, egli è chiamato a favorire in essa il riconoscimento e l’esplicitarsi di tutti i carismi e le vocazioni (cfr can. 385).

L’accoglienza di questa vocazione all’interno della Chiesa particolare impegna il vescovo a far crescere la realtà dell’ordo virginum nel contesto della diocesi e a formulare, con le persone coinvolte, alcune indicazioni per il cammino formativo.

Ammettendo una donna alla consecratio virginum, egli la presenta alla comunità come segno della Chiesa Sposa di Cristo.

In tutte le fasi del cammino il rapporto con il vescovo è un elemento qualificante di questa forma di vita consacrata.

È importante che la vergine consacrata e il vescovo curino di mantenere nel tempo uno spazio di incontro e di confronto nel quale ciascuna venga accompagnata dal ministero del vescovo a far proprio uno stile di vita che manifesti in modo personale il dono ricevuto. 

 

3.3. L’ammissione alla consacrazione

L’ammissione alla consacrazione presuppone la verifica delle condizioni richieste dalle Premesse a RCV: che la donna non sia mai stata sposata, che non abbia mai vissuto pubblicamente in uno stato contrario alla castità, che secondo un giudizio prudenziale si possa ritenerla capace di perseverare tutta la vita nel proposito di verginità (Premesse 5).

Per la verifica di questi presupposti, il vescovo chiederà e terrà conto di pareri di persone che ne hanno seguito e condiviso la formazione umana, spirituale, teologica e l’esperienza ecclesiale.

Secondo la prassi della Chiesa, per garantire la libertà della persona nell’ambito della manifestazione della coscienza, non è consentito al vescovo richiedere il parere del direttore/trice spirituale. Tale parere, comunicato direttamente all’interessata, sarà da lei riferito al vescovo nel dialogo condotto in vista dell’ammissione alla consacrazione.

 

3.4.  Celebrare con la comunità diocesana

In sintonia con il vescovo e i suoi collaboratori, la candidata aiuterà la comunità diocesana (Premesse CEI 2) e specialmente la comunità da cui proviene, a comprendere il significato di questa vocazione e a partecipare attivamente alla celebrazione.

Per rendere più esplicito il simbolismo sponsale del rito è importante che la celebrazione si svolga con particolare solennità di tempo e di luogo, secondo le indicazioni dei Praenotanda: “La celebrazione del rito (…) si apra a tutta la Chiesa particolare (…) perciò sia preferibilmente compiuta nella chiesa cattedrale o nelle comunità parrocchiali con la partecipazione dei fedeli” (Premesse CEI n. 2, pag. 13); “È opportuno che la consacrazione delle vergini sia fatta nell’ottava di Pasqua, nelle solennità e tra queste soprattutto in quelle in cui si celebrano i misteri dell’Incarnazione del Signore, nelle domeniche, nelle feste della beata Vergine Maria o delle sante vergini” (Premesse al rito n. 11, pag. 64).

È buona norma prevedere le modalità con cui documentare la consacrazione in un registro conservato presso la curia diocesana e rilasciarne certificazione all’interessata.

 

3.5.  La figura del delegato del vescovo

Per meglio seguire l’esperienza dell’ordo virginum il vescovo diocesano può nominare un proprio delegato.

Nel dialogo con le vergini consacrate e le persone in formazione egli rappresenta il vescovo e si fa garante del costante contatto con lui, favorendo l’ecclesialità e la diocesanità dell’ordo e del cammino di ognuna in esso.

Svolge il suo servizio orientando l’elaborazione dei cammini formativi personali, anche attraverso la promozione di momenti comuni.

Aiuta e sviluppa la valorizzazione dei doni particolari e la comunione di tutte in ciò che è proprio dell’ordo virginum, favorendo l’accoglienza delle diversità e incoraggiando il senso di corresponsabilità.

Si preoccupa di conoscere personalmente le consacrande e le consacrate, ne segue il cammino senza istituire una relazione di direzione o accompagnamento spirituale.

Aiuta il vescovo ad assumere le necessarie informazioni in vista del discernimento per l’ammissione alla consacrazione. 

 

3.6.  Modalità di vita

Nell’impostare la propria vita, la vergine consacrata è animata dal desiderio di rispondere alla chiamata ricevuta con pienezza e verità, accogliendo la propria situazione lavorativa, familiare, ecclesiale come dono di Dio, luogo di santificazione e incontro con i fratelli. Questo la porta a discernere la modalità di vita a lei possibile e favorevole: vivere da sola, in famiglia, con altre vergini consacrate o in altre condizioni. Tali  modalità di vita possono cambiare nel corso del tempo secondo il variare delle circostanze e delle esigenze.

Nell’ambito dell’ordo virginum, più consacrate possono anche costituire, come prevede il can. 604 § 2, delle associazioni e chiedere l’approvazione dei rispettivi statuti.

Nello stilare lo statuto di un’associazione di vergini consacrate, è necessario curare che questo si componga armonicamente con le indicazioni diocesane relative all’ordo virginum.

La presenza di forme associative non può precludere la scelta di modalità di vita non associate da parte di altre vergini consacrate all’interno della stessa diocesi.

L’eventuale uscita di una vergine consacrata dall’associazione non comporta di per sé il venir meno della sua appartenenza all’ordo virginum.

 

4.  LINEE FORMATIVE

 

4.1. indicazioni generali

Col termine formazione intendiamo un percorso dinamico orientato alla graduale comprensione e assunzione di uno stile di vita proprio della vocazione ricevuta e accolta.

Tale percorso è responsabilità inalienabile d’ogni chiamato, il quale, aprendosi all’azione dello Spirito Santo, assume in prima persona il dinamismo della crescita vocazionale.

La formazione alla verginità consacrata vissuta nel mondo esige una formazione specifica, che aiuti la donna consacrata, e chi si sente orientata a questa forma di vita, a crescere nella capacità di unificare identità vocazionale e missione facendo interagire la dinamica della chiamata, il progredire dell’esperienza umana e cristiana, le tappe evolutive della personalità, le trasformazioni socio-culturali ed ecclesiali.

È una formazione progressiva, responsabile e permanente perché la risposta alla chiamata di Dio è sempre storica e mai precostituita.

Presuppone gli elementi di base dell’esperienza cristiana e su di essi si sviluppa facendo dell’ordinarietà della vita l’occasione continua di un percorso formativo.

Richiede che ciascuna donna consacrata e in cammino verso la consacrazione valuti modi, tempi e mezzi per una formazione umana e cristiana.

Il cammino personale può essere utilmente sostenuto da un cammino comunitario con le altre donne che vivono la medesima vocazione.

Tale condivisione apre ad un approfondimento progressivo e dinamico di ciò che è comune e di ciò che è espressione personale della vocazione, e diviene risorsa cui attingere continuamente, per la propria crescita e per il cammino di santità cui tutta la Chiesa è chiamata.

I momenti di formazione condivisi contribuiscono a chiarire gli obiettivi personali e quelli comuni; offrono mezzi per il loro raggiungimento; aiutano a dare una priorità agli elementi formativi secondo la tappa di vita che si sta svolgendo.

L’autenticità di una vita sponsale e verginale viene rivelata e sorretta da una costante attitudine al discernimento, inteso come capacità di leggere la propria vocazione alla luce dello Spirito.

La formazione curerà particolarmente tale aspetto che sostiene la vergine consacrata nel cammino e nella verifica della propria crescita di donna cristiana, progressivamente capace di uno sguardo sapienziale e profetico sulla storia.

 

4.2. itinerario formativo

 

4.2.1.  criteri

La natura della chiamata alla verginità consacrata nel mondo e l’importanza che ha il cammino formativo nell’aiutare a viverla nelle normali condizioni di vita, richiedono un itinerario formativo centrato sulla persona che dinamicamente si lascia plasmare dalla vita nello Spirito.

È necessario prevedere cammini formativi secondo un principio di gradualità e di adattamento di obiettivi, contenuti, mezzi, tempi che incontrino la vita delle consacrande/consacrate, elaborati con loro, anche “suggeriti” dal loro vissuto.

È utile l’adozione di metodi di progettazione che inducano le singole persone a crescere nella libertà, a saper pensare e agire con senso di iniziativa e con responsabilità, a sviluppare creatività e gratuità.

In ogni momento formativo è importante considerare che la persona cresce e matura in tutte le sue dimensioni con l’evolversi della vocazione perciò l’itinerario si fa attento alle tappe e ai ritmi del procedere personale.

Uno spazio significativo di crescita e di attuazione va accordato al discernimento personale ed ecclesiale.

La comunità cristiana e l’ordinario ambiente di vita diventano l'ambito nel quale la vergine consacrata verifica nel quotidiano, attraverso l'interazione con i fratelli, l'evolversi della situazione propria e della Chiesa in cui è inserita e la sua risposta libera e creativa.

L’esercizio del discernimento personale ed ecclesiale aiuta a verificare in quale misura e modalità ciascuna coglie e traduce la specificità di questa vocazione, nella crescita dell'amore a Cristo, nell’oggi del mondo e della Chiesa.

All'interno del discernimento ecclesiale, che si attua attraverso le diverse modalità e competenze, ogni tappa del cammino formativo comporta anche il discernimento da parte del vescovo diocesano che così esercita il suo specifico ministero pastorale.

In particolare, nell’ambito del discernimento ecclesiale, deve essere prestata una peculiare attenzione al discernimento iniziale e all’ammissione alla consacrazione.

In tali contesti l’esercizio del discernimento comprende specificamente una valutazione relativa alla presenza di un rapporto di direzione spirituale e di adeguate caratteristiche di maturità umana, spirituale, ecclesiale, capacità di servizio, preparazione culturale e teologica.

 

4.2.2.  fasi di maturazione

Nel cammino formativo di ciascuna possiamo individuare alcune fasi o periodi: ricerca vocazionale (accostamento), esplicita formazione alla verginità consacrata secondo il RCV in vista della consacrazione (formazione specifica), formazione successiva alla consacrazione (formazione permanente).

Nella fase di accostamento la formazione è indirizzata innanzitutto a favorire la comprensione e la verifica del proprio cammino umano, battesimale e vocazionale.

Si deve porre attenzione al riconoscimento della chiamata alla verginità e ad una prima conoscenza della vita di consacrazione secondo la forma propria dell’ordo virginum.

Nel periodo di formazione specifica in vista della consacrazione, la donna che desidera vivere nella verginità consacrata vissuta nel mondo, tenderà ad assumere una fisionomia vocazionale propria, un'impostazione della vita in base alla scelta operata, a coltivare il dialogo con la Chiesa e con il mondo.

La formazione permanente, coincide con l’impegno costante della donna consacrata a curare la qualità della sua risposta al dono ricevuto celebrando l’amore fedele di Dio attraverso le diverse relazioni e il vissuto quotidiano.

 

5.2.3  contenuti

Nel rispondere alle fasi personali di crescita e nel progettare i diversi periodi formativi, la vergine consacrata e in formazione, e quanti con lei condividono la cura del cammino formativo, presteranno attenzione:

-         alla maturazione umana femminile e alla crescita cristiana, attraverso relazioni, esperienze, contenuti che favoriscano sia la consapevolezza delle caratteristiche personali, sia la cura della vita spirituale radicata in Cristo;

-         al consolidamento dell’equilibrio affettivo che renda la vergine consacrata  sempre più capace di relazioni libere, armoniose, mature e collaborative, che si arricchiscano delle reciproche differenze cogliendo l'alterità come dono per la crescita reciproca e come riflesso dell'amore trinitario;

-         a coltivare in sé la maturazione della scelta della verginità nell’accoglienza della propria corporeità e della propria sessualità;

-         alla necessità di lasciarsi costantemente plasmare dallo Spirito per crescere in una relazione sponsale con Cristo che diviene incontro con gli altri sempre più vero, trasparente e oblativo;

-         a crescere in una vita di preghiera personale ed ecclesiale, nell’ascolto della Parola di Dio e in un'assidua vita sacramentale;

-         a maturare la dimensione ecclesiale nella realtà concreta della comunità cristiana di appartenenza, in linea con gli orientamenti pastorali diocesani e della Chiesa italiana, comprendendo il valore del rapporto con il vescovo e della partecipazione alla vita ecclesiale in uno stile di comunione che valorizzi tutti i carismi e tutte le vocazioni;

-         a far crescere la consapevolezza che ogni situazione ed esperienza quotidiana offre l’occasione di partecipare alla costruzione del Regno, di cogliere il primato di Dio e di sperimentare la sua prossimità colma di tenerezza e di misericordia;

-         ad approfondire una adeguata formazione che le permetta di interpretare le domande e le attese del suo tempo e di nutrire costantemente la sua vita di fede e di testimonianza;

-         a concretizzare le modalità con cui vivere la propria vocazione in un progetto di vita personale, aderente alla vita e flessibile, che la apre a nuove prospettive, la sostiene nella fedeltà a Cristo e ai fratelli, la sollecita a una vita spirituale più intensa; il progetto di vita viene periodicamente confrontato e verificato con il direttore spirituale e il vescovo.

 

Chiesa locale tra ministeri

e vita consacrata

Luigi Conti

(Da “Orientamenti Pastorali”, 7-8 2002)

 

E’ noto che la Costituzione Sacrosantum Concilium raffigura la liturgia come «il culmine ver­so cui tende I’ azione della Chiesa e. insieme, la fonte da cui promana tutta la sua virtù» (10). Nella liturgia pertanto la Chiesa incessantemente ritrova la sua identità che si può compendiare in alcune categorie teologico - pastorali.

 

La Chiesa convocazione (diaconale) dei redenti

 

Innanzi tutto la Chiesa è costituita come comunità battesimale: una convocazione di santificati - «sepolti insieme a lui nella morte» e abilitati a «camminare in una vita nuova» perché attratti e avvinti dal­la sua risurrezione; una convocazione dunque di redenti affrancati dalla schiavitù del peccato, «morti al peccato ma viventi per Dio in Cristo Gesù» (cf. Rm 6,4-11).

In secondo luogo la liturgia rivela alla Chiesa la sua identità di comunità eucaristica. Il Memoriale eucaristico, secondo la tradizione paolina e sinottica da una parte e quella giovannea dall’altra, esprime e realizza una duplice me­moria: cultuale e diaconale. «Al discepolo di Gesù vengono richiesti due generi di memoria: l’uno mediante un’azione liturgica, l’altro mediante un comportamento di ser­vizio» L’unica diaconia di Cristo significata e realizzata nell’Eucaristia ha bisogno, per essere com­piuta, della convergenza di due ti­pi di «memoria»: la diaconia cultuale e la diaconia esistenziale.. L’una è memoria eucaristica propriamente detta: «fate questo in memoria di me», l’altra è memoria di servizio: «Vi ho dato l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi» (Gv 13,15).

La liturgia, in particolare l’Eucaristia, rivela ancora alla Chiesa il suo volto di comunità nuziale. La Chiesa è la Sposa che risponde con il suo «sì» della fede alla parola dello Sposo;  attende nella speranza la sua venuta secondo la promessa; si lascia sedurre dall’amo­re di agape dello Sposo che la costituisce come comunità d’amore.

Nella liturgia, infine, la Chiesa si autocomprende simultaneamente come comunità «locale» e «cat­tolica». «La vita liturgica della dio­cesi si svolge attorno al vescovo, grande sacerdote del suo gregge, perché da lui deriva e dipende in certo modo la vita dei suoi fedeli in Cristo» (SC 41).

Bisogna perciò che tutti diano «la più grande importanza alla vi­ta liturgica della diocesi intorno al vescovo, principalmente nella chie­sa cattedrale; convinti che la prin­cipale manifestazione della Chiesa si ha nella partecipazione piena e attiva di tutto il popolo santo dì Dio nelle medesime celebrazioni litur­giche, soprattutto alla medesima Eucaristia, alla medesima preghie­ra, al medesimo altare cui presie­de il vescovo circondato dal suo presbiterio e dai suoi ministri» (SC 41). Per analogia e per estensione, an­che le parrocchie sotto la guida di un pastore che fa le veci del ve­scovo, «rappresentano in certo mo­do la Chiesa visibile stabilita su tut­ta la terra» (SC 42). Simultaneamente la Chiesa particolare «dovendo ripro­durre alla perfezione l’immagine della Chiesa universale, abbia la piena coscienza di essere inviata anche a coloro che non credono in Cristo» (AG 20).

Si intravede dietro questi brevi cenni quella preziosa descrizione della Chiesa contenuta nel Pontifi­cale Romano. Nelle Premesse al Rito dell’Istituzione dei ministeri si di­ce che nei grandi documenti del Vaticano II «si configura una Chiesa tutta ministeriale che sotto l’azio­ne incessante dello Spirito nasce dalla Parola, si edifica nella cele­brazione dell’Eucaristia e, attenta ai segni dei tempi, si protende al­l’evangelizzazione del mondo me­diante l’annunzio missionario del Vangelo e la testimonianza della carità. Tutta la Chiesa, seguendo il suo Signore - che non è venuto per essere servito, ma per servire - è posta in atteggiamento di servizio. Ciascun ministero… deve essere apprezzato nel suo valore intrinse­co e non solo per motivi di sup­plenza, in quanto scarseggiano le vocazioni ai ministeri ordinati o per ragioni contingenti in adeguamen­to a mode passeggere o a costumi del tempo».

 

La Chiesa manifestazione della diaconia di Cristo

 

Tutta la Chiesa, dunque, è po­sta in atteggiamento di servizio non solo nei ministeri ordinati e istitui­ti ma in ogni forma di ministeria­lità che manifesta la diaconia di Cristo. Questo «atteggiamento di servizio». pertanto, non indica in­nanzi tutto una ministerialità funzionale o strategica alla «plantatio Ecclesiae» bensì la vita nello Spi­rito di ogni discepolo in risposta al­la vocazione, battesimale innanzi tutto, ma anche specifica. Lo afferma con forza la Costituzione sul­la Chiesa quando parla della «uni­versale vocazione alla santità» e, dopo le affermazioni di principio, delinea i tratti di una sorta di mo­derna «iconostasi» oltrepassando la categoria dei «canonizzati». Il «multiforme esercizio dell’unica santità» (LG 41) ci fa contemplare l’icona del santo vescovo, del santo pre­sbitero, del santo diacono, dei san­ti seminaristi e dei santi apostoli laici chiamati dal vescovo a un ser­vizio totale al Vangelo. Non meno affascinanti sono le icone dei san­ti coniugi e genitori, delle sante ve­dove e nubili. di tutti coloro che operano nel mondo del lavoro e delle professioni e, in modo spe­ciale, dei santi poveri, deboli, ma­lati e perseguitati per la giustizia. Questa «perla» del concilio, con intuizione profetica. invitava tutta la Chiesa a percorrere nuove vie di spiritualità, oltre quelle tradizio­nalmente riconosciute al clero e ai religiosi/e (a questi la Lumen gen­tium dedica l’intero capitolo VI). Oggi quell’intuizione sta trovando nuovi testimoni in quei credenti che rimangono nella condizione di vita in cui sono per vocazione, ri­cavando proprio dentro di essa i mezzi per la santificazione e fa­cendo in essa e di essa lo strumento per la testimonianza di quella «ca­rità con la quale Dio ha amato il mondo».

In questo contesto e in forza del­la universale chiamata alla santità, la Chiesa ha fatto emergere il cari­sma della verginità anche nel mon­do. insieme alla santità del matri­monio cristiano, come «segno» della nuzialità tra Cristo e la Chie­sa stessa.

Simultaneamente, mentre si va affermando l’ecclesiologia di Co­munione, la ricerca teologica cer­ca nuove vie di ministerialità an­che a partire dal ripristino del dia­conato come stato permanente di vita. In proposito il Catechismo della Chiesa Cattolica (1588) af­ferma: «Quanto ai diaconi, la gra­zia sacramentale dà loro la forza necessaria per servire il popolo di Dio nella “diaconia” della Liturgia, della Parola e della carità, in co­munione con il vescovo e il suo pre­sbiterio (LG 29)». Questa catego­ria della comunione conduce a ri­concepire i rapporti all’interno del­l’Ordine sacro. I tre gradi del sa­cramento non si configurano prevalentemente come cammino dal basso verso l’alto bensì, nella lo­gica della complementarietà, si fa strada una configurazione «a trian­golo». Si tratta di gradi dell’unico ministero differenti e complemen­tari . Secondo Lumen gentium 21 l’episcopato è «pienezza del sa­cramento dell’Ordine»; presbitera­to e diaconato sono due ministeri distinti: due modalità differenti e convergenti («le braccia» del ve­scovo) per condividere quella pie­nezza e contribuire a realizzarla nella prassi della Chiesa. L’epi­scopato sarebbe la sommità dell’angolo: presbiterato e diaconato i due lati che interagiscono con il vertice. Il terzo lato rimane aperto:      è l’intero popolo di Dio con la sua ministerialità diffusa.

In una concezione «ministeria­le» della Chiesa comunione «ogni ministero è per l’edificazione del corpo del Signore e perciò ha rife­rimento essenziale alla Parola e all’Eucaristia fulcro di tutta la vita ecclesiale ed espressione suprema della carità di Cristo, che si pro­lunga nel sacramento dei fratelli, specialmente nei piccoli, nei pove­ri e negli infermi, nei quali Cristo è accolto e servito. Ne consegue che l’opera del ministro non si rinchiu­de entro l’ambito puramente ritua­le, ma si pone dinamicamente al servizio di una comunità che evan­gelizza e si curva come il buon sa­maritano su tutte le ferite e le sof­ferenze umane. Questa nuova espressione della diaconia eccle­siale non vuole assolutamente clericalizzare il laicato, ma immette­re nel circolo della Chiesa e del mondo la multiforme ricchezza che lo Spirito suscita nel nostro tempo per rispondere alle varie emergen­ze storiche e ambientali» (Premesse al Rito Istituzione dei ministeri). Biso­gna dunque fare ogni sforzo affin­ché il tessuto vivo della Chiesa sia intrecciato, nella logica della com­plementarietà, dalle innumerevoli diaconie che lo Spirito suscita. Non sembri esagerato affermare che laddove si presenta un bisogno lo Spirito ha già destato il carisma cor­rispondente. Sta alla Chiesa locale e. specificamente alla diaconia mi­nisteriale, discernere, confermare, accompagnare i diversi carismi e farli convergere verso l’unità.

 

Chiesa locale e tutta ministeriale

 

La diffusa ministerialità gene­rata dallo Spirito mediante voca­zioni, carismi, servizi, doni e mi­nisteri si colloca, infatti, per la teo­logia battesimale e del sacramento dell’Ordine, in una Chiesa partico­lare «nella quale è presente e ope­ra la Chiesa di Cristo, una, santa, cattolica e apostolica» (CD 11).

L’ecclesiologia di comunione dice che sono molteplici i sogget­ti chiamati a costruire la Chiesa particolare. «Pur essendo, le diver­se categorie (di battezzati), mani­festazione dell’unico mistero di Cristo, i laici hanno come caratteristica peculiare, anche se non esclusiva, la secolarità; i pastori la ministerialità; i consacrati la spe­ciale conformità a Cristo vergine, povero, obbediente» (Vita Consecrata 11). Il compito di questo insieme di soggetti non è tuttavia solo quello di impiantare, corredare e abbellire la Chiesa ben­sì di rendere ogni Chiesa locale ca­pace di edificare il regno di Dio. Per questo, tra l’altro, «la vita con­sacrata, presente fin dagli inizi, non potrà mai mancare alla Chiesa, co­me un suo elemento irrinunciabile e qualificante» (VC 29) in ordine all’edi­ficazione del Regno.

 

La vita consacrata nel tessuto della Chiesa locale

 

La vita consacrata, come voca­zione alla santità, pertanto, non può non fare riferimento alla vita e al­la santità della Chiesa o, più preci­samente, delle diverse e concrete Chiese particolari nelle quali si col­loca. La vita consacrata è dono e carisma, per l’utilità comune nella Chiesa particolare, già in se stessa e per se stessa! Non è anzitutto un mezzo per questa o quella opera di apostolato. Pertanto è. incessante­mente rimandata al suo fondamen­to: la spiritualità battesimale come innesto permanente nell’albero del­la Chiesa locale.

Nella condivisione del Battesi­mo dentro a un concreto popolo di Dio, accanto e nella complemen­tarietà con altri stati di vita, i con­sacrati conoscono il significato e la modalità della loro presenza. L’esortazione Vita consecrata at­tribuisce loro una sorta di «magi­stero spirituale» che li colloca co­me «guide esperte di vita spiritua­le» (VC 55). È proprio questa categoria pastorale del magistero spirituale che sembra definire il rapporto tra i consacrati/e e il tessuto della Chiesa particolare sia davanti ai credenti che ai non credenti. sia da­vanti ai ministri costituiti nel sa­cramento dell’Ordine che davanti ai laici. alle famiglie cristiane e a quelle in difficoltà. Naturalmente i consacrati/e nella vita monastica i religiosi/e e i membri degli istitu­ti secolari eserciteranno questo «magistero» vivendo e testimo­niando appieno il carisma secondo le sue particolari caratteristiche. In questa linea «è riconosciuta ai sin­goli istituti una giusta autonomia, grazie alla quale essi possono va­lersi di una propria disciplina e conservare integro il loro patrimo­nio spirituale e apostolico. E’ com­pito degli ordinari dei luoghi con­servare e tutelare tale autonomia». Non solo. «Ai vescovi è chiesto di accogliere e stimare i carismi del­la vita consacrata, dando loro spa­zio nei progetti della pastorale diocesana» (VC 48). La testimonianza tipica di vita evangelica delle famiglie re­ligiose fa appello, inoltre, non tan­to ai singoli membri ma alla loro comunità: sono le comunità religiose i soggetti che interloquisco­no con il tessuto della Chiesa par­ticolare. E’ alle comunità di vita consacrata che la Chiesa affida una profezia: di «fàr crescere la spiri­tualità della comunione prima di tutto al proprio interno e poi nella stessa comunità ecclesiale e oltre i suoi confini, aprendo o riapren­do costantemente il dialogo della carità» (VC 51).

Va ancora sottolineato che non sono le opere a dare significato al­la vita religiosa, ma è la qualità di vita evangelica (la sequela Christi) che caratterizza la comunità con­sacrata, a offrire significato ed ef­ficacia al servizio di apostolato.

 

Verso una riconversione pastorale

 

La pastorale «ordinaria» delle parrocchie tendenzialmente carat­terizza l’azione della diocesi. Da tempo i vescovi sottolineano l’ur­genza di una riconversione pasto­rale. Se i confini della parrocchia sono il punto di arresto (e non il punto di partenza) della missione, le comunità parrocchiali e con es­se la diocesi vanno verso l’implo­sione. Una Chiesa tutta ministeria­le esprime, invece, la comunione di molte vocazioni per una missione oltre i confini: è una Chiesa «estroversa».

Un atteggiamento «introverso» delle Chiese trova riscontro e for­se alimenta certe forme di «esen­zione» dei religiosi/e: quasi chiese nella Chiesa. Invece che palleg­giarsi le responsabilità è necessa­rio accogliersi reciprocamente fa­cendo leva sulla dimensione carismatica della Chiesa per purifica­re l’istituzione: tutte le vocazioni nascono come carisma prima an­cora di istituzionalizzarsi in questo o quel ministero, anche la vocazione del vescovo. E il carisma non si spegne... se non si spegne lo Spi­rito (cf  1 Ts 5,19).

Bisogna che le Chiese locali siano meno «parrocchialiste» e va­dano oltre la pastorale ordinaria. I diversi mondi: la società civile, la scuola, la sanità, il lavoro, l’am­biente, i servizi sociali, le istitu­zioni culturali ecc.., esigono che le Chiese si spingano «fuori le mu­ra». Lì si trovano già religiosi/e, istituti secolari e laici che forse in parrocchia vanno solo a Messa. Ma svolgono un’azione apostolica che difficilmente si coniuga con una pa­storale ordinaria un po’ miope. An­che i religiosi/e che dopo il conci­lio hanno rivisitato le costituzioni e riflettuto a lungo sul carisma del fondatore devono coraggiosamen­te «perdersi» dentro le vicende del­le Chiese particolari. Non è para­dossale che molti fondatori erano vescovi e preti diocesani? I sacer­doti religiosi poi non sono con­dannati a un’appartenenza schizo­frenica tra Istituto e presbiterio dio­cesano: partono, sì, da un orizzon­te universale ma sono innestati in una concreta Chiesa locale e in un determinato territorio. Anche qui la logica non è quella del condizio­namento reciproco bensì della complementarietà, dello scambio dei doni.

 

La diocesanità dell’Ordo virginum

 

Il concilio Vaticano II, rivisi­tando l’universo della vita consa­crata come carisma permanente nella Chiesa e davanti al mondo, ha sentito l’esigenza di sottoporre «a revisione il rito di consacrazione delle vergini, che si trova nel pon­tificale romano» (SC 80). Così il carisma della verginità nel mondo «ha ri­trovato nel nuovo rito della consa­crazione delle vergini la sua espres­sione più antica e solenne» Premesse al RCV, 1) po­tremmo dire «apostolica»: autenti­camente apostolica non in quanto comporti una specifica «opera di apostolato» bensì perché si ricon­duce all’insegnamento degli apo­stoli. Le Premesse al Rito si spin­gono fino ad affermare che «Così il dono della verginità profetica ed escatologica acquista il valore di un ministero al servizio del popo­lo di Dio e inserisce le persone consacrate nel cuore della Chiesa e del mondo» (Premesse, 2). Nella tradizione della Chiesa ogni dono o carisma, affi­dato in modo permanente, assume il volto di ministero. Nel caso della verginità consacrata questo mi­nistero, consegnato e vissuto me­diante una pubblica consacrazione, è profezia in una dimensione esca­tologica. Per questo si spiega l’e­spressione «nel cuore della Chiesa e del mondo». Nella Chiesa locale la vergine consacrata rappresenta «l’esistenza cristiana come unione sponsale fra il Cristo e la Chiesa, che è fondamento sia della vergi­nità consacrata che del sacramen­to del matrimonio» (Premesse 1) cioè delle due vocazioni possibili nelle quali è raffigurato l’amore di Cristo. L’amo­re verginale è «richiamo alla tran­sitorietà delle realtà terrestri e an­ticipazione dei beni futuri» (Premesse, 1) den­tro le vicende del mondo. Così la vergine consacrata è icona della Chiesa locale «presente nel mondo e tuttavia pellegrina» (Premesse 1).

Tornando all’immagine di Chiesa tutta ministeriale potremmo affermare che la vergine consa­crata ne è icona perché nella se­quela Christi Sponsi:

¨     sotto l’azione incessante del­lo Spirito che la consacra, nasce dall’ascolto della Parola di voca­zione:

¨     si edifica nutrendosi dell’Eu­caristia:

¨     e, attenta ai segni dei tempi nella concretezza della Chiesa par­ticolare e della comunità umana a cui appartiene,

¨     si protende verso il mondo con «il Vangelo della verginità» «al fine di amare più ardentemente il Cristo e servire con più libera de­dizione i fratelli» (Premesse).

Questo volto ecclesiale della vergine consacrata è speculare al­la Chiesa particolare cui appartie­ne. Si devono poter riscontrare nel «volto» di una vergine consacrata i tratti del volto della sua Chiesa locale e viceversa.

Ministro «necessario» del rito di consacrazione è il vescovo. Non solo. E’ chiamato anche, in prima persona, a operare un discernimen­to, a disporre l’accompagnamento formativo e, simultaneamente, a ca­techizzare la Chiesa particolare cir­ca il valore del carisma della verginità. Anche il piano pastorale dio­cesano deve contenere «una speci­fica proposta della verginità consa­crata, soprattutto nel suo aspetto positivo di ministero indispensabile alla vita e al progresso spiritua­le della Chiesa» Premesse 2).

Il Pontificale Romano indica, come luogo della consacrazione. «preferibilmente» la chiesa catte­drale. dove converge tutta la comunità diocesana e, come tempo liturgico, l’ottava di Pasqua, le so­lennità e le domeniche che richia­mano il battesimo e la riunione di un’assemblea eucaristica. La con­sacrazione verginale si colloca den­tro la consacrazione battesimale È da questa che la vergine consacra­ta ricava la sua appartenenza alla Chiesa particolare. Partecipe della identità e missione della Chiesa, la vergine assume, mediante la con­sacrazione, una specifica funzione sacerdotale, profetica e regale connotata dal suo carisma.

Oltre alla preghiera di consa­crazione proclamata dal vescovo anche i riti esplicativi come la con­segna (del velo e) dell’anello e del libro della Liturgia delle ore, sim­bolicamente e realmente, rappre­sentano un legame sponsale vissu­to nella Chiesa locale. Il ricordo della consacrazione, inserito nella preghiera eucaristica, riconduce a uno stile di esistenza eucaristica non solo la vergine consacrata ma anche l’assemblea che la circonda. Il riferimento al mistero pasquale sostiene la vergine consacrata in una serie di consegne che il vesco­vo dà nell’omelia: «Amate tutti e prediligete i poveri; soccorreteli se­condo le vostre forze; curate gli in­ fermi, insegnate agli ignoranti, pro­teggete i fanciulli, aiutate i vecchi, consolate le vedove e gli afflitti». Ma la consegna più affascinante nel contesto della Chiesa locale è que­sta: «Abbiate una particolare sol­lecitudine nella preghiera per gli sposi». E’ infatti nel dialogo tra ver­ginità consacrata e castità coniu­gale che si manifesta la relaziona­lità della vocazione della vergine nel mondo: «L’amore [infatti] ab­braccia anche il corpo umano e il corpo è reso partecipe dell’amore spirituale. La rivelazione cristiana conosce due modi specifici di rea­lizzare la vocazione della persona umana, nella sua interezza, all’a­more: il matrimonio e la verginità. Sia l’una che l’altra, nella loro for­ma propria, sono una concretizza­zione della verità più profonda del­l’uomo, del suo essere creato ad immagine di Dio» (Familiaris Consortio, 11). La vergine consacrata non solo è vincolata a fare offerta a Cristo e ai fratelli del suo carisma, giacché nessun cari­sma vive per se stesso, ma è anche intrinsecamente chiamata ad acco­gliere il carisma degli altri. Nessun carisma. infatti, rimane integro se si chiude allo scambio dei doni; ri­schia, al di fuori della spiritualità di comunione, almeno di depaupe­rarsi.

Le vergini consacrate nel mon­do, pur costituendo un Ordo che ri­sale ai tempi apostolici, non do­vrebbero incorrere nel rischio di chiudersi in forme di spiritualità divaricanti rispetto alla spiritualità diocesana quasi appartenendo a una «diversa» comunità. La loro mini­sterialità non viene esercitata co­munitariamente. Il mandato confe­rito loro dalla Chiesa non è basato su Costituzioni, Regole o Statuti, che richiederebbero un supporto collettivo. Esso combacia con la consacrazione liturgica mediante la quale «la vergine è costituita per­sona consacrata» dal vescovo dio­cesano per essere nella Chiesa di appartenenza «segno trascendente dell’amore della Chiesa verso Cri­sto, immagine escatologica della Sposa celeste e della vita futura» (CCC 923).

Certo, «per mantenere più fe­delmente il loro proposito possono anche associarsi» (CJC 604). Ma questo non significa costituirsi in associazioni private o pubbliche giuridicamen­te intese. Le vergini appartengo­no già a un Ordo. L’atto di asso­ciarsi, pertanto. è finalizzato ad «aiutarsi reciprocamente nello svolgere quel servizio alla Chiesa che è confacente al loro stato» (CJC 604).

 

Le consacrazioni «povere» e le Chiese particolari

 

Giovanni Paolo LI invita i cre­denti, all’alba di questo millennio, a «fare della Chiesa la casa e la scuola delta comunione» (NMI 43) e af­ferma che «questa prospettiva di comunione è strettamente legata al­la capacità della comunità cristia­na di fare spazio a tutti i doni del­lo Spirito» (NMI 46).

Se diamo uno sguardo alle Chiese locali, dalla loro stessa pe­riferia possiamo individuare segni di speranza. La crisi delle vocazioni presbiterali e religiose ha determi­nato talora un «accanimento tera­peutico - vocazionale» sbilanciato solo su alcune vocazioni e, per giunta. sul versante della preoccu­pazione. Dal versante della spe­ranza, ma quella vera, quella che «non delude perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Rm 5,5), si intravede il volto diaconale di una Chiesa mi­nisteriale. A fronte di vuoti vistosi nei seminari e nei noviziati si fan­no avanti vocazioni «povere»: sta prendendo forma, nelle Chiese lo­cali seppure in modo disomogeneo, la promettente realtà del diacona­to come stato permanente di vita; sono in decisa crescita le vocazio­ni alla vita monastica e avanza con parresia, con la franchezza dei pic­coli, l’Ordine delle vergini nel mondo. Vocazioni «povere» si, ma dal volto diaconale.

Non accadeva proprio questo al tempo degli apostoli?

 

 

Ordo virginum: dono per l’oggi

Prospettive di sviluppo e di riflessione

RENZO BONETTI

(Da “Orientamenti Pastorali”, 7-8 2002)

 

Una vocazione femminile singolare

 

Una sorpresa dello Spirito San­to. Non trovo espressione miglio­re per definire come percepisco og­gi l’Ordo virginurn dopo una vici­nanza ventennale accanto ad esso; dapprima seguendo alcune giova­ni donne nella diocesi di Verona; successivamente mediante la pre­senza ai primi convegni: attual­mente, da cinque anni, in qualità di delegato del segretario generale della Conferenza episcopale italia­na, per l’Ordo Virginum in Italia.

Il desiderio di tante giovani don­ne di consacrarsi al Signore. oggi, in un contesto in cui anche la vita cristiana vive una fase di cambia­mento e, a volte, di incertezza, mi riempie di sincero stupore, anche perché scelgono di farlo in una for­ma di vita che non corrisponde al­le modalità usuali.

Tale vocazione scardina un po’ i parametri con i quali siamo soliti identificare una vita di consacra­zione: non è legata a specifiche ne­cessità o servizi, non è sostenuta da qualche forma di mediazione co­munitaria o carismatica, non ha molte garanzie strutturali: lascia un ampio spazio connotabile perso­nalmente e nello stesso tempo im­pegna la donna che la intraprende ad un continuo e franco confronto con se stessa e con la sua scelta, che deve imparare a condurre con cre­scente consapevolezza e autenticità.

Non c’è un compito o una fun­zione per identificare la vergine consacrata ma il «far memoria», il ricordare che l’essenziale nella Chiesa è l’amore del Cristo per cia­scuno e per tutti, un amore fedele e personale, che la Scrittura e la tra­dizione della Chiesa hanno tradot­to con l’immagine dello «Sposo».

Una peculiarità di questa forma di vita è il suo essere presente in situazioni ecclesiali molto diverse: dal nord al sud, al centro, il suo nascere non è legato a una storia ecclesiale specifica o a circostanze eccezionali; non è neppure un elemento discriminante la qualità del cammino ecclesiale compiuto da una Chiesa locale rispetto ad altre in situazioni di maggior fatica e dif­ficoltà; è semplicemente un dono di Dio fatto in questo tempo a una Chiesa concreta.

I vescovi italiani stanno pren­dendo molto sul serio questi segni dello Spirito Santo e molti dì essi manifestano un atteggiamento di vero ascolto delle persone che chiedono di avvicinarsi a questa vocazione, di interesse per i docu­menti e le pubblicazioni relative al­1’Ordo virginum e al suo significato, fino ad avviare un vero e pro­prio itinerario di maturazione del clero e della comunità cristiana per condurla a recepire la celebrazio­ne della consacrazione che avvie­ne in cattedrale come un dono del Signore a quella porzione del suo popolo. Per aiutare le singole Chie­se nell’avvio e nella cura di questa vocazione, la Commissione episcopale per il clero e la vita consa­crata sta predisponendo una nota pastorale indirizzata ai vescovi.

 

Vivere la comunione ecclesiale nell’Ordo virginum

 

La peculiarità dell’inserimento nella Chiesa particolare distingue l‘Ordo virginum da altre forme di vita consacrata. La singola vergine consacrata appartiene alla comu­nità diocesana mediante il riferi­mento immediato al ministero del vescovo: viene consacrata nella chiesa cattedrale in una celebra­zione pubblica e solenne; con la ce­lebrazione della consacrazione è ri­conosciuta e costituita, nell’oriz­zonte della sponsalità di cui è se­gno, «tessitrice» della vita della Chiesa nelle trame dell’ordinarietà.

In virtù di tutto questo la sua vi­ta non può prescindere dalle rela­zioni, dalla comunione, dalla con­divisione. E’ una coscienza che nel­l’Ordo virginum sta crescendo e si stanno sviluppando tra le consa­crate atteggiamenti e stili di rela­zione nei quali è possibile leggere questa nuova consapevolezza.

Mi riferisco innanzi tutto alla crescente capacità dimostrata da molte di esse di mettersi a disposi­zione per approfondire, studiare e darsi quegli strumenti utili a inter­pretare la loro stessa realtà, per aiu­tare altre donne a intraprendere un cammino serio, per favorire la ri­flessione su un appropriato itine­rario di formazione e un significa­tivo itinerario spirituale.

Negli spostamenti che compio in tutta Italia per l’Ufficio della fa­miglia, osservo con interesse che esiste una rete di donne consacrate che si aiutano, si tengono informa­te, si sollecitano, si consigliano te­sti, studi, percorsi di approfondi­mento per dare consistenza ai con­tenuti della loro vita. Noto con gioia che si dimostrano capaci di metter­si insieme e di organizzarsi; e spes­so scopro che molte lo fanno con semplicità e in modo spontaneo, senza superiorità e senza imporsi, con naturalezza e magnanimità.

Sperimentare una grande di­sponibilità a condividere le risorse è per l’Ordo virginum il dono più prezioso in questo momento iniziale della sua storia: lo Spirito Santo, mentre fa nascere nuove vocazioni, si preoccupa che possano avere una strada davanti a se su­scitando anche vergini consacrate «adulte» nella vocazione e nelle re­lazioni, capaci di giocarsi per ma­nifestare la bellezza con la quale il Signore l’ha voluta e la vuole far rinascere nella Chiesa di oggi.

La tensione verso una progres­siva maturità di vita ecclesiale è un elemento basilare in questa forma di consacrazione: rispondere alla propria vocazione non è adoperar­si in determinate attività e ruoli per sentirsi «a posto» o magari «ecce­zionali», ma è sentire cum Ecclesia, allenare il cuore a percepire il bene della Chiesa tutta come il pro­prio bene, e sviluppare il senso del­l’appartenenza a una Chiesa parti­colare al punto da cogliere che es­sa non è in contraddizione con l’ap­partenenza alla Chiesa universale. Non è possibile perciò condurre la propria vita di vergini consacrate ignorando l’Ordo virginum pre­sente nelle altre diocesi.

La maturazione del senso del­l’appartenenza alla Chiesa partico­lare è importante tanto quanto l’elemento personale. Il discernimen­to ecclesiale e la formazione non dovrebbero sorvolare superficial­mente su questo aspetto. Vivere in una Chiesa particolare non è vive­re questo inserimento con partico­larismo, così da chiudersi nella pro­pria porzione di Chiesa e disinte­ressarsi di ciò che viene fatto nel­le altre diocesi. Spendersi per es­sere un dono anche per l’Ordo vir­ginum di altre Chiese locali, ri­spettandone l’autonomia, la libertà. la compiutezza, è un aspetto indi­spensabile nel cammino di cresci­ta personale ed ecclesiale.

Una concretizzazione esplicita di tale maturazione è diventata nel tempo l’esperienza del collega­mento. vissuto sia nei contatti so­pra descritti che. in particolare. nel­lo stile di cooperazione favorito da quel piccolo numero di consacrate — il gruppo per il collegamento, per intenderci — che si occupano, di fat­to, dell’organizzazione pratica di alcune attività ormai consuete.

Vi sono attualmente sei vergini consacrate provenienti da varie par­ti d’Italia che si mettono insieme per offrire questo servizio: servizio che è solo servizio, che non confe­risce alcuna autorità, che va fatto «in punta di piedi» proprio perché vuole essere a sostegno dello svi­luppo dell’Ordo virginum nelle va­rie diocesi. E’ un’attività semplice nei suoi intenti che richiede però di essere curata con sensibilità ed efficienza, disponibilità di tempo, la­voro, relazione, in quanto coinvol­ge un significativo numero di per­sone e di diocesi attorno ad attività che richiedono continua riqualificazione, per rispondere alla molte­plicità di richieste, aspettative, bi­sogni del momento presente.

La finalità che è sottesa all’e­sperienza del collegamento, inteso sia come gruppo di lavoro per l’at­tuazione delle iniziative nazionali che come comune capacità di col­tivare conoscenza e confronto, è molto precisa: far sì che la comu­nione che i vescovi vivono tra lo­ro per esprimere l’appartenenza al­la Chiesa universale, abbia anche una ricaduta nella comunione tra le espressioni diocesane dell’Ordo virginum: ciò è necessario soprattutto nella fase fondativa che l’Ordo virginun sta attraversando.

Le modalità con cui si attua il collegamento sono apertamente riconosciute dalle vergini consacrate e in formazione, che si sentono per­sonalmente coinvolte nel sostener­e. Esse. partecipando agli incontri nazionali, esprimono direttamente il gruppo di lavoro per il collega­mento, che eleggono ogni tre anni, e verificano e orientano annual­mente il percorso da sviluppare.

Il gruppo per il collegamento è considerato dalla Segreteria gene­rale della Conferenza episcopale italiana un interlocutore significa­tivo e autorevole, sia attraverso la mia presenza che attraverso il dia­logo attivato con mons. Conti, ve­scovo di Macerata, in qualità di membro della Commissione epi­scopale per il clero e la vita consa­crata incaricato dell’Ordo virginurn.

L’esperienza del collegamento rappresenta, per le vergini consa­crate che sanno cogliere le provo­cazioni, un richiamo costante a una delle derive principali cui sono esposte: se non coltivano un atteg­giamento di apertura e confronto rischiano di vivere solo per se stes­se e fare della Chiesa una realtà in­visibile, criptica. «carsica» nella quale il rapporto con la concretez­za della comunità cristiana rimane puramente intenzionale.

La vergine consacrata deve esprimere visibilmente il suo col­legamento con la Chiesa locale e il suo vescovo e. allo stesso modo, con il vescovo e tramite il suo mi­nistero, deve imparare a tradurre in gesti concreti di comunione il le­game con le Chiese sorelle.

 

Formarsi in una storia che si evolve

 

Proprio perché l’Ordo virginum è una realtà giovane, nella riflessio­ne e nella prassi va data priorità al­la formazione. Attualmente l’aspet­to più considerato è la formazione in vista della consacrazione, ma, sul lungo periodo, la formazione per­manente deve trovare propri spazi e consistenza, per essere in grado di sostenere un cammino di matura­zione personale e vocazionale che non può mai ritenersi definitivo. Nella progettazione di un percorso formativo vi sono alcuni aspetti sui quali è utile soffermarci.

Una consacrazione ricevuta a ti­tolo personale mette in risalto quanto sia necessario che il cammino formativo accolga la singola donna nella sua unicità. Anche in un itinerario condiviso con altre vergini consacrate, ci sono aspetti che vanno progettati in riferimen­to al cammino personale, sia me­diante il direttore spirituale che at­traverso il vescovo o il delegato.

La singolarità di ciascuna è una ricchezza da non perdere perché so­no le vergini consacrate, che si met­tono insieme nella loro singolarità, che formano un ordo.

L’Ordo virginum non è un gruppo, non è una struttura o un’ap­partenenza aggregativa. E’ l’insieme di singole persone in grado di crescere nella medesima vocazio­ne: è una modalità di condivisione mediante la quale ciascuna è chia­mata a dire e dare il meglio di sé; è il volto di «quel le» vergini con­sacrate, in «quel» momento, in «quella» Chiesa.

Il volto dell’Ordo virginum non può essere fossilizzato in uno sche­ma definitivo e nessuna vergine consacrata può guardare ad esso fermandosi al «come eravamo», perché ogni donna che inizia il cammino formativo e di discerni­mento è una novità che stimola un cambiamento e un equilibrio nuo­vo, sia dal punto di vista delle re­lazioni sia rispetto alla sensibilità con cui vive la vocazione.

Si apre a questo punto tutta una riflessione sulle potenzialità e sul­le difficoltà legate alla capacità di condividere, maturare nelle rela­zioni, vivere con gioia la diversità e il rapporto tra generazioni; è un aspetto formativo che offre un pun­to di vista interessante per osser­vare il cammino di maturazione personale e dell’ordo.

L’Ordo virginum in una dioce­si — e in Italia — è consapevole di avere una storia, ma non può fer­marsi alla storia che ha: in questo tipo di vita consacrata l’esperien­za traccia un prezioso percorso, la­scia un’eredità, ma non detta leg­ge: si pone a servizio del nuovo che nasce, ma prima di tutto gli con­sente di nascere, sia che porti nuo­ve esigenze formative sia che pon­ga nuovi interrogativi.

L’Ordo virginum non è una strut­tura che, consolidandosi nel tempo, crea delle «rotaie» sulle quali le nuove vergini consacrate trovano un percorso già pronto; ogni persona che si coinvolge in questa vocazio­ne è chiamata a dare un volto parti­colare all’ordo intero; il carisma è della persona e non dell’«istituto» dell’ordo, cioè della singola o del gruppo che ha iniziato l’esperienza in diocesi o in Italia: il carisma non appartiene all’ordo ma è la vergine consacrata che appartiene all’Ordo virginurn con i carismi che gli sono stati donati.

Ecco perché è indispensabile che al percorso personale si ac­compagni un itinerario formativo comune, che interagisca con quel­lo individuale e offra a ciascuna la condivisione di un ideale, il con­fronto con se stessa, il sostegno nel­le difficoltà, l’arricchimento delle reciproche diversità, l’impulso a crescere nella propria identità e a coltivare autentiche relazioni.

Nelle diocesi italiane l’Ordo virginum presenta una notevole varietà di. situazioni: vi sono diocesi in cui è presente una singola consacrata o un piccolo gruppo, e diocesi con un numero di presenze più consisten­te: in alcune diocesi è il vescovo a seguire personalmente l’itinerario formativo, in altre agisce mediante un sacerdote delegato.

Progettare la formazione signi­fica cercare con saggezza la mo­dalità con cui prendersi cura di que­sta realtà ricca e preziosa. Ma per far ciò è indispensabile chiedersi il senso della sua presenza nella Chiesa e nel mondo di oggi. Se non capiamo che la vergine consacrata è destinata a nutrire l’anima della Chiesa nel suo essere per il mon­do, non saremo in grado di offrire a queste donne delle possibilità di formazione serie, personali e im­pegnative, affinché siano quei do­ni che lo Spirito ha voluto fare al­la Chiesa e al mondo. Non possia­mo formare delle vergini consa­crate funzionali alle esigenze in­traecclesiali a sostegno delle più svariate iniziative, perché questa vocazione non è stata data per manifestare un carisma particolare ma per nutrire l’essenziale della Chie­sa, per mettere in risalto che esse­re «sposa» significa riferirsi solo a Cristo ed essere mandata nel mon­do a testimoniare il suo amore. Un cammino formativo adeguato in­veste su quest’identità e cerca di tradurla in visihilità.

 

Prospettive e fragilità

 

Nel breve tratto di strada che l’Ordo virginum ha compiuto si in­travedono sia alcune sue tipiche fragilità, che non sono ancora pa­trimonio della riflessione comune ma alle quali va dato ascolto e sol­lecitudine.

Se l’Ordo virginum non è ben co­nosciuto rischia di essere un nome aggiunto al lungo elenco delle tante forme di consacrazione, diventando per la Chiesa particolare un ulterio­re carisma da gestire: in questo mo­do esso non è più in grado di dire al­la Chiesa il senso della sua presen­za e diventa «innocuo» e sterile.

La Chiesa particolare che acco­glie la presenza dell’Ordo virginum deve interrogarsi sulla diversità che esso manifesta rispetto ad altre mo­dalità di consacrazione: ciò non si­gnifica che l‘Ordo virginum va te­nuto a distanza dalla vita consacra­ta, ma aiuta a riconoscere che la con­sacrazione verginale vissuta da una persona singola, è un dono anche per le altre forme di vita consacrata.

Il  vescovo è il riferimento del­la vergine consacrata in quanto pa­store della porzione di Chiesa in cui sono inserite. Nel rapporto con lui essa non cerca un privilegio che la elevi al di sopra degli altri fratelli e sorelle battezzati, ma desi­dera vivere, in un rapporto non for­male, ciò che è un riferimento per tutti i cristiani: infatti, il vescovo nella Chiesa particolare è prima­riamente il padre, il segno del Cri­sto che dà la vita per far crescere i suoi figli. Lo stesso delegato non può assorbirne in sé le funzioni ma rimanda e conduce al suo ministe­ro. Concretamente tale rapporto comporta un maturo dialogo reci­proco in un’autentica vita eccle­siale, e comprende la conoscenza delle lettere pastorali, dell’orienta­mento impresso alla vita pastorale, delle priorità con cui il vescovo in­tende connotare la vita diocesana. Essere vicine a lui non significa creare o crearsi una «nicchia» ma «portargli» quella parte del popo­lo di Dio che a volte lui non può raggiungere e viceversa.

 

Un rischio reale che corre que­sta vocazione è quello di essere spinta a una maturazione frettolosa o secondo schemi formativi già col­laudati ma che non le corrispondo­no: la specificità dell’identità del­l’Ordo virginum si deve riflettere anche nel momento formativo che non è semplice formazione a una consacrazione ma a una modalità specifica di vita consacrata.

Quando un Ordo virginum vede crescere il numero dei suoi membri è opportuno che promuo­va momenti formativi che lo aiutino a sviluppare uno stare insieme nuovo e sereno, per evitare la confusione con forme istituzionali o aggregative, e prevenire la diffi­denza verso le iniziative comuni e le fughe in solitaria.

L’individualismo esasperato è l’altro grande pericolo in cui può imbattersi tale vocazione e può na­scondersi anche dietro a modi di vita altruistici e impegnati. La ver­gine consacrata vive una consacra­zione personale ma ciò non signi­fica che ogni fissazione o limite della singola costituisca il suo «carisma», così come ricevere la con­sacrazione non è il riconoscimen­to delle proprie particolarità.

 

Una testimonianza femminile

 

Nel contesto di vita attuale ritengo molto eloquente la presenza della vergine consacrata proprio co­me donna. La sua scelta di vita è si­gnificativa nel dibattito odierno che parla di riconoscimento del grande apporto che la donna può dare in tutti i campi del lavoro umano; es­sa può spronare anche gli ambien­ti ecclesiali a non dimenticare lo specifico della femminilità, e ad accoglòiere e valorizzare la diversità e la complementarietà tra l’uomo e la donna.

Ovunque si trova a vivere, la­vorare, studiare, parlare, servire, pregare, con il suo modo di essere testimonia la nuzialità della sua esi­stenza donata.

La testimonia quando è capace dì abbracciare Cristo nella sua to­talità, donna grande, che esprime e canta le lodi dello Sposo, allargan­do il cuore a ogni figlio fino a sen­tirsi «corpo» della Chiesa. Quando canta la gioia della sua femminilità e della sua donazione, abitando il tempo e le situazioni che le sono proprie. Quando accetta di pren­dersi a cuore la fedeltà alla propria crescita, l’accettazione della pro­pria storia e dei cambiamenti lega­ti alla vita.

Se l’Ordo virginum consentisse a molte donne di diventare sempre più se stesse, di essere belle, com­piute avrebbe già posto un segno importante nella cultura attuale e nella vita della Chiesa.