Ordinazione diaconale di Giacomo Bettini

Cattedrale di Senigallia, Domenica 24 Novembre 2002 ore 17.00

 

bulletLa presentazione di Giacomo Bettini
bulletMi ami tu? di Don Giordano Stefanini
bulletEsercizio di carità. A colloquio con Giacomo Bettini
bulletIl diaconato, un servizio nella Chiesa. A colloquio con Don Luciano Guerri, responsabile diocesano della pastorale vocazionale
bulletLe foto dell'ordinazione

Mi presento

Sono Giacomo Bettini, nato a Corinaldo il 16 febbraio di 34 anni fa. Quello che sto per dirvi è la storia comune di un comune giovane che non ha niente di diverso da altri se non un particolare: sto per diventare diacono. Se ripenso agli anni trascorsi mi viene da ridere perché, ad esempio, non ho mai avuto tanta voglia di studiare – anche se sono sempre stato promosso con una media decente – e mi sono ritrovato in seminario a dare a tutt'oggi 51 esami (e non ho finito); avevo una fidanzata - cara ragazza con la quale stavo molto bene - e adesso mi ritrovo in seminario con 44 compagni "maschi". Molto spesso mi capitava - nelle attività che ho sempre svolto in Parrocchia - di fare discussioni con i preti, e adesso lo sto per diventare io ?! Qualcosa proprio non è andata secondo i miei piani. Grazie a Dio. Si, grazie a Dio oggi mi rendo conto di quante volte il Signore mi è passato accanto attraverso mille e mille situazioni, persone, avvenimenti. Dire che grande gioia sto vivendo in questo tempo particolare è difficile. Mi vengono in mente le parole di Maria nel Magnificat, ma forse sono poca cosa lo stesso …

Il grande mistero della vocazione ho cercato di capirlo con l’aiuto del padre spirituale, con l’aiuto del Rettore, con l’aiuto del Vescovo, confrontandomi con tanti amici, tante famiglie - specie quella mia - e ciò che ho potuto capire è soltanto che l’amore di Dio per me ha smontato tutte le mie paure, le mie diffidenze, le mie ragioni e mi ha spinto ad uscire allo scoperto per dirlo a tutti, per raccontare a ogni persona che incontro, come la vita cambia quando si risponde di sì a Dio, al suo progetto d’amore che è proprio e particolare per ognuno. A te che leggi queste righe scritte velocemente, chiedo di unirti alla mia preghiera di ringraziamento a Dio per avermi scelto per un così grande servizio, nonostante la mia piccolezza e indegnità, sapendo che tutto concorre al bene di colore che amano Dio.

Mi ami tu?

 

Dice Gesù a Pietro "mi ami tu?" e Pietro per ben tre volte dice "Singore tu lo sai che io ti amo, tu sai tutto". Questa è la chiave del problema vocazionale nella Chiesa.

Questo c’insegna che il ministero presbiterale e diaconale è fondato sull’amore personale a Gesù, è il frutto e la manifestazione di questo amore. La carenza di ministri è carenza di amore per Gesù, è un raffreddarsi del cuore della Chiesa. Al contrario la ripresa dei ministeri sacri, tutti, dell’amore personale a Gesù è ministero di salvezza di una Chiesa, garanzia del futuro, certezza di essere fondati sulla roccia che non crolla. Il messagio di questo diaconato, e di ogni prete, è quello di interrogarsi: è davvero l’amore incondizionato per Gesù la molla e la chiave di tutto il mio agire? Per la comunità cristiana è invece un’occasione per domandarsi se chiediamo principalmente al prete di essere testimone di questo amore oppure pretendiamo da lui cose lontane da questo, irrilevanti, addirittura dispersive o mondane. Se mancano molti e buoni ministri è anche colpa delle comunità che non li desiderano davvero così, che li gravano oltre ogni misura con compiti al di là delle loro forze e non pertinenti al loro ministero, che sono per loro motivo di frustrazione e di amarezza. La comunità deve chiedere al prete ciò per cui è stato ordinato, deve essere pronta a sostenerlo nelle sue fatiche, deve incoraggiarlo ad essere in primo luogo testimone dell’amore di Gesù.

Quale sarà allora il frutto di questo amore incondizionato verso Gesù? Sarà quello di una comunità santa, un cristianesimo di popolo che passa attraverso e dentro le vicende di questo mondo con fierezza, letizia, creatività. Una comunità che esprime una rete di relazioni autentiche fondate sul Vangelo, ed è capace di vivificare la società con le virtù cristiane, con la giustizia, al misericordia, la solidarietà e la pace.

E allora l’ordinazione diaconale di Giacomo, non solo è grazia per la nostra comunità e per la Chiesa locale e universale ma è anche uno stimolo per tutti noi, per camminare al suo fianco, ora come spalla, ora come piede, ora per mano e ci ricorda di chiederci ancora una volta come rispondere alla chiamata d’amore che Dio fa ad ognuno di noi.

 

Don Giordano Stefanini.

 

Esercizio di carità

 

Giacomo Bettini sarà ordinato diacono il prossimo 24 novembre. Gli abbiamo rivolto alcune domande in vista di questo bel traguardo.

Il diaconato è una tappa importante del tuo cammino verso il sacerdozio: come la vivi, a cosa ti richiama in maniera particolare?

Sinceramente non è che siano giorni particolarmente diversi da quelli che ho trascorso in questi sei anni di seminario. Certamente c’è l’emozione di fondo, ma quello che segna questo momento è il fatto che sarò parte del clero diocesano, sarò innestato in quella grande famiglia del Presbiterio in maniera del tutto particolare. Ecco anche spiegato perché ho scelto di celebrare l’Ordinazione nella Chiesa Cattedrale: lì c’è la sede del Vescovo, segno dell’unità e della comunione ministeriale, nella quale sarò incardinato. Spero fortemente di poter essere "servo" di questa comunione con e nonostante i miei limiti.

Diaconia e servizio: due termini intimamente legati. Quale pensi sia il servizio più urgente e significativo per la Chiesa (universale e diocesana) oggi?

Credo che il servizio più grande che possiamo rendere alla Chiesa tutta sia la testimonianza. In un mondo di "immagine", le parole da sole non bastano più. Occorre renderle vive, incarnarle. Paolo VI diceva sempre che il mondo ha più bisogno di testimoni che di maestri e semmai di testimoni che siano anche maestri. L’impegno che per primo prendo è quello di essere coerente con il Vangelo, sapendo comunque che Cristo mi ha salvato con e nonostante le mie infedeltà.

Stai già vivendo il tuo servizio pastorale nella parrocchia della Pace: cosa significa sperimentare un contatto diretto con la realtà, con un preciso territorio e con la sua gente?

Il primo pensiero che mi viene in mente è quello che tra la teoria e la pratica, come sempre, c’è grande differenza. Spesso quello che viviamo in Seminario è l’ideale che in Parrocchia difficilmente si può raggiungere, per tante situazioni esistenti.

Di fatto la formazione è necessaria per affrontare la realtà. E tra le tante cose imparate a scuola, quella che più conta e serve è l’annunciare Cristo quale nostro Salvatore, il Figlio di Dio morto e risorto per noi. Solo questo è il fondamento: tutto il resto serve a spiegarlo, a far sì che venga accolto da ogni uomo, perché trovi il vero senso della vita, cioè l’Amore. La gente ha bisogno di riscoprire l’Amore con la "A" maiuscola.

In un traguardo importante come quello del diaconato, sarà naturale pensare alle situazioni e alle persone che ti hanno accompagnato fino a qui…

E sono tante e tante, sia le situazioni ma soprattutto le persone. Non cito nessuno in particolare per evitare di fare qualche disparità. Credo che ognuno sia stato un tassellino di quel progetto che il Buon Dio aveva da sempre pensato per me. Il difficile spesso, è stato proprio il saper mettere insieme questi pezzi per poter leggere tutto il disegno completo. Grazie a Dio soprattutto, in questi anni mi è stato possibile rileggerlo e decodificarlo. Mancano ancora tanti tasselli, e tanti di quelli che ci sono non hanno ancora fisionomia. Ma questo è il bello della Fede: sapere comunque che il progetto è meraviglioso e non vedere l’ora di saperlo realizzato per intero.

Come trascorrerai questo periodo di diaconato? A cosa darai maggiormente tempo ed energie?

Se è vero che il diacono è colui che serve, vorrei farlo e nei fatti e soprattutto approfondendo la formazione, biblica e pastorale. Sono dell’idea che oggi più che mai sia necessaria una formazione adeguata al tipo di servizio da svolgere, specie quello presbiterale. Delle tante materie studiate a scuola, molte necessitano di un aggiornamento continuo, come continua deve essere la preghiera affinché non restino solo parole ma si facciano vive: "il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi"(Gv 1,14).

Mi auguro veramente che questo tempo di diaconato sia una scuola di vita per quel ministero più grande che è il presbiterato verso il quale guardo con timore e amore. Per questo a tutti chiedo di accompagnarmi con e nella preghiera, per vivere pienamente come Chiesa, sposa amata del Signore Gesù Cristo.

 

Il diaconato, un servizio nella Chiesa

 

Domenica 24 novembre alle 17 nella nostra Chiesa Cattedrale sarà ordinato diacono Giacomo Bettini.

A colloquio con don Luciano Guerri, responsabile diocesano della pastorale vocazionale.

Il riferimento evangelico più esplicito per significare il senso ed il servizio che un diacono è chiamato a donare nella Chiesa è la lavanda dei piedi, il gesto simbolico che Gesù ha compiuto agli apostoli nel contesto dell’ultima cena. Quali le caratteristiche del gesto di Gesù?

Il gesto profetico di Gesù rimanda al dono della sua vita, alla sua Pasqua. Egli ha portato a compimento il progetto di Dio di permeare della sua santità, cioè del suo amore, la vita degli uomini. Nel compimento dell’amore Gesù realizza la sua missione: avendo amato amò. L’amore di Gesù, che è il senso ultimo e pieno della sua esistenza terrena, è essenzialmente servire, trasmettere attenzione, premura, vita. Non è il gesto materiale della lavanda dei piedi che è centrale, ma il suo contenuto, che è interpretazione della sua Passione. Pietro non lo può capire adesso, lo capirà quando diventerà testimone della risurrezione di Gesù. Gesù ha servito Dio nell’obbedienza al disegno del Padre, che è la reale espressione dell’amore di Figlio. Servizio a Dio perché la volontà di Dio si compia.

Quali caratteristiche del servizio della Chiesa?

La prima osservazione è che la Chiesa è servita da Gesù. Quindi, primo passo è ricevere il servizio di Cristo, lasciarsi servire, amare, riconciliare… Pietro inizialmente ha un rifiuto verso il gesto di Gesù, perché non è disposto a lasciarsi prendere dall’amore e dal servizio di Gesù. Occorre essere disponibili a che la sua vita Gesù la offra per te. È una meraviglia sentirsi oggetto dell’amore di Dio, ma è anche impegno e responsabilità togliendosi ogni autosufficienza. La Chiesa vive come una comunità consapevole di essere servita da Gesù, ma è anche chiamata a tener vivo nel tempo e nella storia il servizio di Cristo, realizzato una volta per tutte in un luogo e in un preciso momento della storia, 2000 anni fa, ma che supera il tempo e lo spazio e raggiunge tutti gli uomini.

In che modo il diacono partecipa a questo servizio nella Chiesa?

Come partecipazione dell’unico ministero di Cristo, il diacono è nella Chiesa segno sacramentale specifico di Cristo servo. Suo compito è di essere interprete delle necessità e dei desideri delle comunità cristiane e animatore del servizio, ossia della diakonia, che è parte essenziale della missione della Chiesa. Il carattere diaconale ricevuto nell’ordinazione sacramentale configura l’ordinato a Cristo, il quale si è fatto diacono, cioè servo di tutti. Suo compito sarà, allora, di rendere presente e concreto questo servizio di Gesù e di dare espressione alla missione della Chiesa che si fa serva degli uomini, in particolare degli ultimi e dei poveri.

In concreto, che cosa può fare il diacono?

Il Servizio che il diacono può svolgere può essere descritto secondo tre ambiti. Servizio della Parola. Oltre alla proclamazione del Vangelo e alla predicazione, il diacono svolge il suo servizio nella catechesi, in particolare nella preparazione ai sacramenti. Sevizio della liturgia. Oltre al servizio all’altare in senso stretto il servizio del diacono si concretizza nel "promuovere celebrazioni che coinvolgano tutta l’assemblea, curando la partecipazione interiore di tutti e l’esercizio dei vari ministeri". Servizio della carità. Il diacono è a servizio di tutta la comunità cristiana attraverso le opere di carità parrocchiali e diocesane, le opere di educazione cristiana (animazione degli oratori, dei gruppi ecclesiali…). Siamo grati al Signore per questo dono che prima di tutto fa a Giacomo, ma anche alla nostra comunità diocesana, sempre più consapevoli della bellezza dell’essere Chiesa. In una comunità viva lo Spirito Santo suscita molteplici vocazioni per renderla sempre più capace di portare l’annuncio di Gesù e la sua salvezza, chiamando giovani disponibili ad una risposta d’amore.

 

 

Archivio fotografico

 

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