La
giornata degli ex-alunni del Seminario
Il
27 novembre è stata celebrata la tradizionale giornata degli ex-alunni
del Seminario Vescovile di Senigallia, in occasione della festività della
Madonna della Medaglia Miracolosa, titolare della cappella grande e
patrona del Seminario.
Il
27 novembre il Seminario ha visto ripopolarsi i suoi ampi spazi di molti
sacerdoti che si sono incontrati per l’annuale celebrazione della
giornata degli ex-alunni. Quest’anno la ricorrenza coincideva proprio
con la festa liturgica della Madonna della Medaglia Miracolosa, patrona di
questo Seminario.
E’
sempre un appuntamento atteso per rincontrare confratelli e amici con i
quali si sono condivisi gli anni di preparazione al sacerdozio. Per molti
erano anni molto diversi dagli attuali, con uno stile di vita essenziale e
privo di tante comodità che oggi sono abituali, ma non per questo non
sono stati anni intensi e ricchi di forti relazioni personali che ancora
oggi sono ricordate e vissute con una certa nostalgia.
Per
i più giovani che hanno vissuto gli anni di formazione in tempi e anche
in luoghi diversi da questo Seminario è stata l’occasione per un vera
esperienza di fraternità guardando ai molti che li hanno preceduti nel
ministero con rispetto e anche una certa reverenza per le fatiche vissute
che oggi sono semplicemente impensabili.
La
giornata si è aperta con la celebrazione dell’ora terza a cui è
seguita l’annuale relazione del Rettore incentrata, quest’anno, sulla
pastorale vocazione dei preadolescenti. Di fronte ad alcuni obiezioni che
ritengono non proponibili proposte vocazionali di speciale consacrazione a
ragazzi di questa età, la relazione ha voluto evidenziare come, invece,
proprio in questa età possono ricontrarsi alcuni segni di una possibile
vocazione. Sono i “germi” di vocazione che il Signore pone nel cuore
dei ragazzi e ragazze e che debbono essere aiutati a maturare fino alla
libera risposta attraverso un itinerario di accompagnamento e di
discernimento. La preadolescenza è un’età ricca in cui il ragazzo già
può intessere sincere e profonde relazioni con il Signore e porsi anche
come possibile la prospettiva del dono totale della sua vita a Lui. Da
questa riflessione sorge anche un compito per la comunità cristiana e per
i sacerdoti, in particolare: offrire a questi ragazzi dei modelli di
vocazioni coraggiose e serene che le rendano plausibili e possibili anche
in un contesto sociale e religioso come l’attuale. Del resto la storia
di quasi tutti i sacerdoti confermano che il pensiero di diventare prete
è sorto proprio a quell’età di 10 – 13 anni.
Dopo
alcuni interventi il dibattito si è concluso con un invito a prestare
maggiori attenzioni ai ragazzi di questa età anche sotto il profilo
vocazionale.
La
celebrazione eucaristica è stata presieduta dal nostro Vescovo che
nell’omelia, prendendo lo sputo dal vangelo delle nozze di Cana, ha
sottolineato il servizio che Maria fa all’uomo, come allora lo fece in
quel banchetto nuziale, perché possa essere donato a ciascuno il vino
nuovo di Gesù Cristo. All’inizio della celebrazione il rettore ha
presentato ai sacerdoti gli otto seminaristi che frequentano il Seminario
Maggiore Regionale per dar modo di cominciare quella conoscenza che, a Dio
piacendo, diventerà anche un condividere il ministero.
Due
lunghe tavolate hanno prolungato il momento di fraternità attorno a dei
piatti ben cucinati e gustosi, certo ben diversi da quelli che molti dei
sacerdoti mangiavano anni orsono. I nostri seminaristi con sollecitudine
ed esperienza hanno offerto il loro servizio alla mensa, un modo concreto
per essere vicini ai loro parroci e sacerdoti.
Dopo
il pranzo la giornata si è conclusa con un arrivederci ai prossimi
appuntamenti, partendo con cuore rinfrancato da questa esperienza di
condivisione e di memoria.
La
Relazione del Rettore del Seminario
Introduzione
Eccellenza
Reverendissima, cari confratelli nel sacerdozio, la memoria della Madonna
della Medaglia Miracolosa, patrona di questo Seminario, ci vede qui
radunati a rendere grazie al Signore per aver guidato i nostri passi nel
periodo di formazione di seminario e per averci condotti lungo questi anni
di ministero presbiterale, con fiducioso abbandono alla materna protezione
della Vergine Maria.
Da
alcuni anni il nostro ritrovarsi insieme non è solo occasione di festa e
di fraternità, ma anche per una riflessione sulle vocazioni di speciale
consacrazione con uno sguardo particolare a quelle al ministero ordinato.
Stiamo vivendo un tempo nel quale, anche nella nostra Chiesa locale, le
nostre comunità cristiane si trovano nella necessità di aver bisogno di
presbiteri, necessità alla quale non sempre è possibile far fronte dato
il loro esiguo numero. E’ certamente una sofferenza per ciascuno di noi,
ma, sorretti dalla promessa del Signore, siamo certi che egli non farà
mancare nuovi presbiteri alla sua Chiesa. Da questa semplice costatazione
nasce urgente una riflessione di tutto il presbiterio sulle vie attraverso
le quali annunciare ai nostri ragazzi e giovani il vangelo della
vocazione, anche di speciale consacrazione. Ed è questo lo scopo di
questa assemblea in questa giornata.
Vorrei
richiamare brevemente alcuni contenuti delle relazioni degli anni
precedenti.
Nell’anno
2000 la nostra riflessione si è incentrata sul senso della pastorale
vocazionale e sulla sua ragion d’essere nell’ambito della pastorale
ordinaria. La prima osservazione fu che oggi, ancora più di ieri, è
necessaria una pastorale che si occupi specificatamente della cura delle
vocazioni di speciale consacrazione. Le strategie individuate furono di
due tipi: la presenza nelle parrocchie dei sacerdoti del seminario per una
sensibilizzazione della comunità cristiana su questo tema e la proposta
di itinerari di discernimento e di accompagnamento vocazionale. Queste due
vie sono anche oggi seguite e mi sembra che si possa dire che alcuni primi
frutti possano essere riconosciuti.
Nel
2001 abbiamo riflettuto su quale contenuti dare al termine
“vocazione”, con particolare riferimento alla vocazione cristiana. La
vocazione cristiana è anzitutto un rapporto con Gesù Cristo che
attraverso l’azione dello Spirito Santo si fa presente come
“memoria” in ogni singolo credente nelle varie concretezze storiche.
La molteplicità delle vocazioni sorge dalla diverse determinazioni
concrete attraverso cui ogni cristiano ripresenta l’unico e medesimo Gesù
Cristo. A Dio che chiama ad una precisa vocazione ognuno è chiamato nella
sua libertà a dare una risposta in un percorso di discernimento personale
in cui l’accompagnamento vocazionale diventa momento fondamentale.
Concludevo
ricordando come la pastorale ordinaria ha necessità di connotarsi sempre
più nella sua costitutiva dimensione vocazionale, prospettiva che, del
resto, viene più volte suggerita dal magistero dei Vescovi e del S.
Padre.
Lo
scorso anno l’oggetto della nostra conversazione fu lo stretto rapporto
che lega la pastorale giovanile con la pastorale vocazionale. Se la
pastorale dei giovani deve promuovere una crescita integrale della
persona, la dimensione vocazionale non può essere aggiuntiva, ma interna
e sostanziale alla pastorale giovanile. Furono anche suggerite alcune note
che, di conseguenza, dovrebbero caratterizzare la pastorale giovanile:
attenzione privilegiata alle persone, il primato dell’evangelizzazione,
proporre precisi itinerari di fede, valorizzare la dimensione comunitaria.
In conclusione: “vocazionalizzare” tutta la pastorale è fare in modo
che ogni sua espressione conduca la persona a scoprire il dono di Dio.
Alla
fine della mia relazione posi una domanda che voleva essere un’occasione
di riflessione: “è da considerarsi superata quell’esperienza secolare
che assumeva la responsabilità educativa a partire dalla preadolescenza
in vista del ministero ordinato?” In altre parole: quale senso ha, nella
nostra chiesa locale, parlare ancora di Seminario minore?
E’
l’argomento che vorrei proporvi come oggetto di questa conversazione
avvalendomi del contributo che allora fece Mons. Luigi Serenthà, Rettore
Maggiore dei Seminari milanesi, al consiglio presbiterale.
Pastorale
vocazionale nei preadolescenti
Connessione tra la vocazione alla vita e le vocazioni
di speciale consacrazione
Dico
subito che, parlando di itinerari vocazionali nella preadolescenza, vorrei
prendere di mira soprattutto le vocazioni di speciale consacrazione. Un
tempo le vocazioni di speciale consacrazione venivano così isolate da
tutto il contesto della vita cristiana da sembrare esse stesse soltanto le
vere vocazioni, mentre le altre non sembravano vere vocazioni. E questo a
lungo andare non ha giovato alle vocazioni di speciale consacrazione, le
ha un po' segregate, isolate, messe al margine della vita cristiana, ma
forse adesso si sta esagerando nell' altro senso, quasi a dire: ciò che
conta è la grande, fondamentale vocazione alla vita cristiana, al
battesimo, dimenticando che questa grande vocazione si articola però in
varie vocazioni e le vocazioni di speciale consacrazione, nelle varie
forme e articolazioni, hanno un valore profetico, promozionale della vita
battesimale.
Queste
vocazioni di speciale consacrazione tengono vivo in tutto il popolo
cristiano il senso della santità di Dio e il senso di quella azione
generale che Dio, mediante lo Spirito, svolge nel battezzato perché viva
da santo, cioè si lasci pian piano attrarre, plasmare dall'amore
santissimo di Dio. E quindi proprio perché ci teniamo alla vocazione di
tutto il popolo cristiano alla santità, non dobbiamo trascurare quella
modalità trainante e profetica di proporre la santità cristiana che è
offerta dalle vocazioni di speciale consacrazione.
La possibilità di itinerari vocazionali già
nella preadolescenza
Proprio
di questo vorrei parlare oggi: come in un itinerario educativo per
preadolescenti ha un suo posto la proposta delle vocazioni di speciale
consacrazione. Forse un tempo era, scontato questo tema, era normale che
già ai ragazzi si parlasse di "vocazioni speciali" a divenire
suora, diventare missionario, diventare prete: nel nostro tempo invece
sembra quasi che non esista più la possibilità di proporre già fin
dalla preadolescenza itinerari vocazionali.
1 - Una obiezione
Di
fronte alla possibilità di proporre specificatamente la vocazione di
speciale consacrazione fin negli anni della preadolescenza è abbastanza
diffusa l’opinione che la preadolescenza non ha ancora vissuto quella
grande cosa che è lo sviluppo della vita intellettuale, della vita
affettiva, della vita sessuale: come si fa allora a introdurre degli
orientamenti verso delle scelte che sono comprensibili soltanto quando ha
pienamente preso in mano la propria persona, la propria struttura
corporea, psicologica, affettiva, intellettuale, la propria libertà
incarnata? Introdurre orientamenti, gesti, richiami e anche
comportamenti pratici di preghiera, di stile di vita, che già in qualche
modo anticipino una futura consacrazione, vuol dire non rispettare i ritmi
della crescita di una persona, vuol dire introdurre delle forzature,
degli artifici.
L’unico
modo possibile di preparare una persona anche a eventuali consacrazioni
speciali è quello semplicemente di tenere molto viva la sua vita di
fede, assicurare al ragazzo la "santità di ambiente"
parrocchiale, familiare e comunitaria, spingere particolari gesti di
generosità, ma senza introdurre in un modo artificioso e forzato delle
forme di vita che egli non è ancora in grado di capire. Qualcuno crede
che a parlare in termini espliciti di vocazione di speciale consacrazione
nella preadolescenza vuol dire forzare la storia spirituale, il cammino
psicologico di un ragazzo o di una ragazza, e vuol dire quindi
condizionarli. Per esempio: la conclusione molto elementare che alcuni
ricavano da questi ragionamenti è l'abolizione del Seminario minore
come luogo di deformazione spirituale.
Il
ragazzo correrebbe il rischio di lasciarsi quasi infatuare o plagiare da
una figura di speciale consacrazione senza capirla, senza viverla dal di
dentro. Con tutti i rischi che poi possono accadere a uno che si è visto
addosso quasi già la "vestina" da prete o da suora, in
particolare il rischio di una esistenza incompiuta e traumatizzata.
In
conclusione nella preadolescenza non si può parlare di itinerari di
accompagnamento nella prospettiva della vocazione di speciale
consacrazione. E invece non è così.
2
- La vocazione di speciale consacrazione come "forma di vita
spirituale"
È
vero che la vocazione di speciale consacrazione, come figura complessiva
di vita cristiana, strutturata e collocata nella Chiesa, è in realtà
tipicamente adulta e soltanto mediante forzature può essere adatta alla
vita di un preadolescente.
E’
necessario vedere la speciale consacrazione meno nella sua struttura
ecclesiale e più nella sua profondità, come un modo di "vibrazione
interiore" del cuore che veramente si innamora di Gesù Cristo e
sceglie di orientarsi totalmente senza alcuna distrazione verso il mistero
di Gesù in una piena appartenenza al mistero di Gesù.
La
vocazione di speciale consacrazione presenta una sua duttilità, una sua
possibilità di presentarsi non mediante riduzioni artificiose, ma in
tutta la sua pienezza anche in altre età della vita umana. Se io dico: il
celibato lo vedo soprattutto come modalità di appartenenza a Gesù Cristo,
gestendo in un certo modo la propria vita affettiva e sessuale,
rinunciando al matrimonio..., è chiaro che non posso presentarlo a un
ragazzo di undici anni; ma se per celibato intendo non tanto la
configurazione complessa che la vita del celibe per il regno di Dio ha,
ma intendo l'elemento spirituale, cioè una volontà di appartenenza
radicale al Signore qualunque cosa capiti, io penso che possa essere
proposto anche al ragazzino, alla ragazzina di undici anni. Egli può già
dire in proporzione dei suoi anni e della sua struttura spirituale: io
voglio bene al Signore, penso che qualunque cosa potrà capitare nella mia
vita, non potrò separarmi dal Signore, non potrò vivere senza di lui.
A
me pare che, per riaprire il discorso del rapporto tra vocazioni di
speciale consacrazione e preadolescenza, occorre anzitutto fare questa
puntualizzazione: pensare alle vocazioni di speciale consacrazione meno
nella loro struttura ecclesiale complessiva e adulta, e più per questa
vibrazione spirituale che esse si portano dentro, la quale senza
forzature e artifici può essere ripresentata e riprodotta in età
diverse, secondo modalità spirituali diverse.
3
- La preadolescenza un’età speciale
Un’
altra puntualizzazione che deve essere fatta riguarda la preadolescenza.
Qui entro in un campo che non è di mia competenza.
Mi
pare che si può vedere la preadolescenza come un' età in cui non si fa
soltanto un' anticipazione forzata della vita adulta. La preadolescenza
non è la vita adulta in piccolo: sarebbe pericolosissimo fare della immaginazione
di questo genere, ma neanche si può creare una totale separazione tra
preadolescenza e futura vita adulta.
Si
potrebbe dire che la maniera più esatta con cui la psicologia e la
pedagogia interpretano la preadolescenza è la maniera della
"prefigurazione armonica". Cioè parrebbe che in fondo in
nessuna stagione della vita l'uomo e la donna vivano un' armonia così
intensa di doti intellettuali, affettive, relazionali, come nella
preadolescenza. Il ragazzo dagli undici ai tredici anni, poi ciascuno in
rapporto all' età e anche al sesso, vede delle variazioni anche notevoli,
ma l'età della preadolescenza è un' età abbastanza serena, abbastanza
armonica, non è più un bambino, ha una certa autonomia spirituale nei
confronti della madre, del padre, dei fratelli, assieme ha ancora molta
fiducia, non ha quelle prime brusche impennate di rifiuto dell'autorità,
di aggressività nei confronti degli altri; è un' età in cui
intelligenza, affettività, sensibilità, vita interiore e di relazioni
esterne, attenzione a sé e agli altri, tutte queste caratteristiche si
armonizzano quasi miracolosamente, magicamente in un assetto spirituale
normalmente molto sereno.
Nella
preadolescenza uno vive come "grazia pura" quello che poi dovrà
vivere come fatica sofferta, come conquista, come cammino.
Se
è vera questa ipotesi che vedo però confermata da parecchi studiosi di
psicologia e di pedagogia, vuol dire che la preadolescenza ha rapporti
intensissimi con la futura vita adulta. Cioè è nella preadolescenza
che vanno per un verso scoperti e per un altro verso introdotti senza
forzature dei modi di vita, degli stili complessivi di esistenza, che sono
la modalità gratuita di prefigurare in anticipo quello che poi sarà
vissuto da adulti secondo la forma del sacrificio, della libera scelta.
C'è
forse nella preadolescenza questa possibilità eccezionale che deve
essere sfruttata, che deve essere capita.
4
- I segni dello sguardo di Gesù: abitudini da coltivare
Una
prima cosa che deve essere fatta è questa: non immaginare che tutti i
ragazzi o tutte le ragazze siano uguali. Se davvero una persona è
chiamata da Gesù a consacrarsi in un modo speciale a lui come suora, come
prete, come missionario..., vuol dire che già fin dalla preadolescenza
ha lo sguardo di Gesù rivolto su di sé. Guardate quel giovane: Gesù
lo ama. Dobbiamo essere sicuri di questo fatto. Io sono sicurissimo perché
lo tocco con mano ogni giorno: si vede che alcuni ragazzi, alcune
ragazze sono guardati, sono guardate da Gesù; e si vede in loro una vita
spirituale che, pur con tutti i difetti, le oscurità, i condizionamenti
pesanti della famiglia, dell' ambiente, rivela ricchezze spirituali,
doti di disponibilità e generosità.
Allora,
una prima cosa da fare non è tanto imbottire le persone con qualche cosa,
ma cominciare a guardare, cominciare a vedere che alcuni ragazzi, alcune
ragazze hanno dentro lo sguardo di Gesù, e rivelano veramente che Gesù
li ha o le ha guardati, attraverso certi comportamenti.
Quali
sono i segni, le caratteristiche, le suggestioni, i sintomi dai quali noi
riusciamo a capire che un ragazzo, una ragazza sono stati guardati da Gesù
con quello sguardo speciale? Ecco ciò che il Seminario ha preparato per
discutere sui problemi del Seminario nel consiglio presbiterale. Abbiamo
cercato di indicare alcune di queste caratteristiche.
Sono indicatori che in parte
alcuni ragazzi, alcune ragazze hanno già dentro come segno che lo sguardo
di Gesù ha lasciato nel loro cuore, ma in parte sono anche abitudini che
noi educatori dobbiamo coltivare nei ragazzi. Quindi delle attenzioni
educative che devono essere molto vigilate e guardate da parte degli
educatori.
Un
primo sintomo è un'attitudine a pregare non solo con particolari
profondità personali, ma anche in riferimento alla vita liturgica della
comunità.Incontriamo ragazzini, ragazzine sugli undici-dodici anni che
davvero rivelano, pur con tutte le pigrizie, le distrazioni dell'età,
reali capacità di preghiera personale con una inclinazione spontanea a
sfociare e a nutrirsi della preghiera liturgica, dell'ascolto della parola
di Dio e delle celebrazioni sacramentali.
Secondo sintomo: il comparire
insistente di una preghiera di intercessione. Cioè preghiera dove un
ragazzo, una ragazza, imparano a ricordare, a interpretare i problemi,
le ricchezze, ma anche le immense povertà che hanno incontrato nella
loro vita di relazione con il mondo adulto, con gli altri ragazzi, le
altre ragazze, con i compagni di scuola...
Terzo
sintomo: il gusto di pensare, di esprimere la propria fede anche
discutendone in famiglia e nei gruppi dei coetanei. Mi capita di sentire
un papà, una mamma che dicono: «il mio ragazzo, la mia ragazza viene in
casa e ha piantato in casa un pandemonio, perché ha voluto discutere
una cosa che aveva sentito al catechismo». Cioè una fede che diventa
anche un po' battagliera, una fede che si fa carico di preoccupazioni o di
freddezze o di incredulità che vengono vissute o dalla famiglia o dall'
ambiente di scuola o dal gruppo.
Quarto
sintomo: il fatto di non restare superficialmente colpiti da momenti
della vita o del ministero vuoi del prete, vuoi di una persona che vive
una speciale consacrazione. Ci sono cioè certe ragazze che si
avvicinano a una suora per dire: la tua vita mi interessa. Così pure dei
ragazzini al prete. Cioè si vede che una forma di vita, per la sua serietà,
la sua radicalità, lascia una traccia nell' animo di questi ragazzini, in
queste ragazzine.
Quinto
sintomo: la disponibilità ad assumersi proporzionate e concrete
responsabilità, rivelando molta prontezza. C'è qualcosa da fare? Sono
pronto. C'è da animare un gruppo di miei/e coetanei/e? Ci sono anch'io!
Dalle cose più banali: preparare una sala portando le sedie da un posto
all' altro, a cose più serie: preparare un incontro di preghiera.
Sesto
sintomo: la capacità di scelta e di atteggiamenti di distacco e di
sacrificio personale per poter fedelmente attuare i valori per i quali c'è
sensibilità. E’ capace poi di pagarli anche di persona, con dei sacrifici,
con una capacità di distacco, di rinuncia, cosa che è molto rara
purtroppo nella sensibilità e nelle abitudini così viziate dei nostri
preadolescenti e degli adolescenti, nelle nostre famiglie, nelle nostre
comunità.
Settimo
sintomo (che non è un punto che si aggiunge agli altri, ma descrive
un po' l'orizzonte in cui gli altri prendono posto e il loro
significato): il tutto nel contesto di una iniziale, ma sincera e chiara
appartenenza. di tutta la persona a Gesù come centro reale della vita
di fede. E qui penso che soltanto l'esperienza può dirci cos'è
questa cosa.
Io
mi auguro che tutti voi abbiate incontrato ragazzi/e preadolescenti che
hanno dentro questa immediatezza del rapporto con Gesù. Cioè leggono il
Vangelo e a loro piace immediatamente: conoscono le parole di Gesù, dopo
fanno scemenze, litigano, però di tanto in tanto il loro cuore ritorna
verso Gesù per il quale hanno una reale simpatia, lo sanno veramente fare
centro, talvolta dimenticato e rinnegato, poi sempre ritornante nella loro
vita.
Vedendo
il/la ragazzo/a che ha una disponibilità di fondo potremmo far nascere
dentro di loro questi sintomi che sono già magari dentro di loro, ma non
sbocciano, non vengono fuori. Sta a noi allora creare le condizioni, dire
parole educative mediante le quali questi sintomi, al momento magari
nascosti, non presenti, possano invece rivelarsi.
In
conclusione è coltivare quelli che potremmo chiamare i germi di
vocazione.
5
– Favorire un ambiente positivo
Occorre
che l'ambiente che sta attorno a questi ragazzi sia un ambiente
prefigurativo sano, perché se le uniche prefigurazioni di vita adulta che
il preadolescente vede sono quelle della violenza, del successo,
dell'avere tutti gli uomini e le donne che si vogliono, è chiaro che le
predisposizioni più belle e i germi più "sani" verranno
soffocati.
Ma
qui nasce una difficoltà piuttosto seria. Dobbiamo prendere atto di
questo fatto, la crisi di vocazioni del nostro tempo è legata anche a
questo: manca un clima di fede.
Come
si fa a far nascere questo clima di fede?
Un
modo con cui un clima di fede può essere riproposto nel nostro tempo è
che ci siano persone coraggiose che credono nella fede nonostante tutto.
Che se anche la fede non è una fede molto vissuta e consolidata nel
costume sociale, loro però con coraggio la vivono... e quindi occorrono
vocazioni speciali. Ma qui c'è un circolo vizioso: un clima di fede è
quello che fa nascere delle vocazioni, però sono proprio le vocazioni che
in un momento di crisi della fede rigenerano il clima di fede.
Penso
che questo fatto che sembra paralizzarci, invece, ci dice che questo tempo
della Chiesa è proprio un tempo privilegiato per le vocazioni speciali.
E
questo come? Soprattutto attraverso quelle forme di vita che sono più
coraggiose del solito.
In
questo momento di grave trapasso culturale il livello di fede finora
raggiunto non ce la fa a riempire di sé le varie relatà, però io so che
in questo momento la fede è chiamata a un compito più grave, più
intenso, più vero. In un mondo che non sa che Gesù Cristo è la salvezza
sua c'è bisogno di gente che lo dica in tutti i modi, non soltanto con le
parole, ma anche con tutta l'appartenenza della propria vita al mistero di
Gesù. Non possiamo immaginare che ci possa capitare che tutte le
televisioni presentino ai nostri ragazzi cose belle, cose pulite, cose
entusiasmanti. Dovremmo realisticamente prendere atto di questo fatto: che
quando un ragazzo apre la televisione o guarda un giornaletto o va a
scuola o sente parlare i suoi insegnanti, normalmente non riceverà un
messaggio di fede, anzi sentirà il contrario. Cosa facciamo? Ci
rassegniamo? Mai più!
Mi
pare questo il momento in cui acquistano un rilievo speciali forme di
consacrazione a Dio. Cioè è il momento in cui la fede non è plausibile,
credibile, perché ha già riempito di sé un certo ambiente sociale; è
il momento in cui la fede è credibile perché è profezia, perché è
coraggio.
E’
questa la fede che convince, la fede che fa nascere vocazioni. A me pare
che l'ambiente di fede che susciterà vocazioni è un ambiente di fede
missionaria, vissuta con coraggio da coloro che vivendo la speciale
consacrazione, vogliono testimoniare che Gesù Cristo è un valore
proprio, mentre gli altri non lo capiscono: anzi quanto più gli altri non
lo capiscono, tanto più io vivo con coraggio e magari anche nella
solitudine questi valori.
Una
vita vissuta così, contagia un adolescente, gli dà un senso di coraggio,
di forza, di speranza, gli fa dire anch'io voglio fare così!
Certo,
non saranno in tanti a diventare, per esempio, preti, però ci sarà un
bel po' di ragazzi che dicono: caspita, mi viene voglia di vivere così!
Questo
richiede certo una grande collaborazione con la famiglia. Comprendendo
come la fede è un valore importante e vedendo come la famiglia fa fatica
a viverla pienamente, deve far capire che sì, è bello essere sposi
cristiani, però in fondo come sono importanti i preti, le suore che
vivono la fede in questo momento di frontiera.
Conclusione
A
me pare che un itinerario vocazionale da proporre nella preadolescenza
deve essere l'armonico intreccio di queste due attenzioni: un' attenzione
riguarda la storia interiore di un ragazzo, di una ragazza, per scoprire
lo sguardo di Gesù e 1'altra è creare un ambiente familiare e
parrocchiale di fede, nel quale siano presenti in un modo vivace, persuasivo,
tutte le possibili vocazioni.
Colgo
l’occasione anche per riproporre alla vostra attenzione e sensibilità
la lettera che il nostro Vescovo ci consegnò nel Giovedì Santo dello
scorso anno, in cui ci sollecitava ad una speciale attenzione e cura alle
vocazioni al sacerdozio ministeriale.