Giornata degli ex alunni in Seminario

24 Novembre 2005

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La relazione del Rettore del Seminario

Giornata ex-alunni

24 novembre 2005

RELAZIONE DEL RETTORE

 

Introduzione

Eccellenza Reverendissima, cari confratelli e cari seminaristi, un caloroso benvenuto anche a nome dei sacerdoti del Seminario ricordando con un affetto particolare coloro che non potranno essere presenti perché anziani o malati.

Ancora una volta la festa liturgica della Madonna della Medaglia Miracolosa ci raduna, come ogni anno dal lontano 1934,  per far memoria degli anni di formazione del Seminario in spirito di filiale devozione alla Vergine Maria che ci ha guidato e sorretto in quel tempo, come ancora oggi continua a guidare i nostri passi nel ministero sacerdotale, e di gratitudine al Padrone della messe per questo immenso e gratuito dono che egli ha concesso a ciascuno di noi e che con generosità e responsabilità cerchiamo di vivere giorno per giorno.

Questo nostro ritrovarci è, quindi, occasione di fraternità per il nostro presbiterio, ma anche di riflessione sul compito che è a noi particolarmente affidato, quello, cioè, di annunciare il vangelo della vocazione, in specie quella di speciale consacrazione a servizio della Chiesa e del mondo.

Se potremo far nostre le parole consegnateci dal messaggio finale dei vescovi radunati per l’ultimo Sinodo conclusosi lo scorso 23 ottobre: «Ci preoccupa fortemente la mancanza di presbiteri per la celebrazione dell'Eucaristia domenicale e questo ci invita a pregare e a promuovere più attivamente la pastorale per le vocazioni sacerdotali…» (n. 13), nello stesso tempo non possiamo non cogliere i segni che ci aprono ad una fiduciosa speranza. L’ultimo senz’altro è l’ordinazione diaconale di Filippo Savini celebrata domenica scorsa, che accogliamo con affetto nel nostro presbiterio, ma anche l’ammissione agli ordini sacri di Enrico Ciarimboli dello scorso 6 novembre e l’istituzione al ministero dell’Accolitato di Andrea Baldoni lo scorso 30 ottobre.

Nella seconda parte della presente relazione riprenderò alcuni suggerimenti che possono essere sentieri nei quali potremo rendere maggiormente concreta quella passione per le vocazioni sacerdotali che ciascuno di noi nutre nel proprio cuore di sacerdote. Ma fin da ora vorrei rendere atto a ciascuno di voi, anzitutto al nostro Vescovo, per lo zelo profuso nel ministero pastorale e per la testimonianza tutto sommato serena che offrite a quanti si avvicinano a voi (cfr Benedetto XVI ai sacerdoti della Valle d’Aosta).

In questa prima parte vorrei proporvi una riflessione sul contributo che la famiglia oggi può offrire alla nascita e alla maturazione di vocazioni di speciale consacrazione, cosicché in questo anno pastorale in cui l’attenzione è particolarmente ad essa rivolta si possa arricchire di ulteriori spunti. Mi avvarrò di un contributo di Giorgio Campanini, docente presso l’Università di Parma e l’Università Lateranense.

 

A - Famiglia e Vocazione

 

Premessa

Trattare del tema «fa­miglia» nella cornice di questa giornata impli­ca una preliminare scelta di campo, cioè affrontare il tema con specifico riferimento al rapporto tra famiglia e vocazioni di “speciale” consacrazione.

Il discorso è condotto all’interno di una visione vo­cazionale in senso lato della vita di famiglia, alla luce della strutturale dimensione vocazionale che la caratterizza. Il “luogo” eminente della vocazione coniugale e familiare è il Matrimonio, piuttosto che la famiglia: in questo senso Giovanni Paolo II nella lettera alle famiglie invita i coniugi cristiani ad “amare la loro vocazione “ (n. 14).

Se infatti uomo e donna, nel matrimonio, si scelgono liberamente e nella celebrazione sono ministri del loro Matrimonio, gli altri componenti della famiglia, ascendenti e discendenti, non possono venire scelti, ma possono soltanto essere accolti: ci si sceglie come coniugi, non come nonni o suoceri, come figli o fratelli. La vita di famiglia appare dunque come una situazione o una condizione, piuttosto che una vocazione in senso proprio (anche se ogni stato di vita ha sempre una dimensione in senso lato vocazionale, nella misura in cui sia attuata “nel Signore”). Dietro  ogni esistenza vi è una «chiamata»; ma questa chiamata si incontra per vie diverse con la libertà della persona; sotto questo profilo la “chiamata” ad essere coniugi ha un tasso di libertà e dunque di autenticità assai più forte che non la «chiamata», ad esempio, ad essere figli.

Alla luce di questa imposta­zione, si cercherà soprattutto di il­luminare - sullo sfondo dei mutamenti culturali in atto - il rapporto tra la famiglia e le vocazioni in generale, e quelle di 'speciale' consacrazione in particolare.

 

1. La famiglia in transizione.

Il rapporto tra famiglia e vocazioni si pone oggi in termini assai diversi del passato per effetto dei profondi mutamenti intervenuti nella sfera della famiglia, in relazione ai processi di cambiamento cui è stata assoggettata la società occidentale, soprattutto da un secolo a questa parte.

Se in passato la famiglia è stata a lungo al centro della società, oggi essa ne appare soltanto una delle componenti. Una serie di tradizionali funzioni un tempo svolte dalla famiglia - economiche, culturali, assistenziali, politiche, ed anche religiose - si svolgono ormai prevalentemente fuori di essa e la fa­miglia è diventata l’oggetto piutto­sto che il soggetto dei fenomeni di mutamento sociale.

A partire dalle «Dichiarazioni dei diritti» del Settecento (diritti dell'uomo, non della famiglia, delle formazioni sociali, delle comunità), la società occidentale si è sviluppata in forme sempre più accentuatamente individualistiche, enfatizzando al massimo la sfera della sog­gettività, alla luce di una concezione della libertà vista essenzial­mente come rifiuto di ogni vincolo, e in ogni modo tale da consentire ai singoli di recedere in ogni momento anche da vincoli ed impegni libera­mente accettati: di qui la prassi, ma ancor più l'ideologia, del divorzio, inteso come affermazione del principio della non definitività degli im­pegni assunti e come teorizzazione della «libertà» dei singoli di rescin­dere il «contratto» stipulato. La crisi di credibilità dell’istituto del Matrimonio, come la parallela teorizzazione delle «libere conviven­ze» come «normale» scelta di vita, ma anche la precarietà e spesso la fragilità delle unioni coniugali, si collocano su questo sfondo.

Cornice generale di questi pro­cessi di cambiamento è la cultura della secolarizzazione ormai affermatasi anche nell'Occidente cri­stiano, non tanto nel suo senso 'debole' di distinzione tra la sfera civi­le e quella religiosa, quanto nel suo senso 'forte' di esclusione completa di Dio e della religione dalla vita sociale. Il Matrimonio perde la sua connotazione teologica e sacra­mentale di «patto» per mantenere soltanto le caratteristiche giuridiche del «contratto», dal quale si può recedere quando le parti, od anche una soltanto di esse, ritenga­no opportuno farlo. La stessa vita umana appare all’uomo della so­cietà secolare non come un «dono» che scende dall'alto, ma come una libera e autonoma scelta della per­sona, totalmente assoggettata alla sua decisione (di qui l’accettazione, da parte di molti, di indiscriminati interventi manipolatori sulla procreazione e, in generale, nella sfera della genetica).

In questo contesto lo stesso con­cetto di vocazione viene posto in discussione, sia in termini generali, sia per quanto riguarda le vocazioni di 'speciale' consacrazione.

In termini generali, il concetto di «vocazione» presuppone Colui che chiama, ed implica dunque un rapporto diretto tra la persona e Dio; ma, nell’ottica della società secola­re, Dio non esiste o è lontano dal mondo, e dunque il futuro è affidato esclusivamente alle mani di un essere umano diventato ormai «maggiorenne». Viene meno, di conseguenza, quella misteriosa dialettica tra «chiamata» e «risposta» che è tipica della vocazione, dato che non si percepisce più l'esistenza di Qualcuno che chiami ed al quale si debba appunto fornire una risposta. Solo il recupero del senso religioso della vita può consentire di riscoprire, anche all’in­terno della famiglia, la dimensione vocazionale dell’esistenza.

Sotto un profilo più specifico, le vocazioni di 'speciale' consacra­zione appaiono antitetiche al corso attuale della civiltà occidentale in quanto, oltre a postulare un Dio che chiama, esse implicano sempre la definitività della decisione e la ir­revocabilità del dono di sé; atteg­giamenti, questi, che appaiono strutturalmente antitetici a quella cultura frammentata e soggettivistica - basata sull' accentuazione degli elementi di «libertà», o piuttosto di spontaneità, presenti nelle scelte dei singoli - che è tipica della nostra epoca. Non stupisce, dunque, che le stesse famiglie cri­stiane, esse pure condizionate dalla cultura dominante, non riescano più a cogliere il significato del do­no definitivo e tendenzialmente irrevocabile di sé, come quello che si esprime appunto nelle vocazioni di 'speciale' consacrazione: la crisi del Matrimonio come dono totale di sé e per sempre, si trasferisce inevitabilmente su ogni forma di «voto», secolare e religioso.

 

2. Il nuovo rapporto tra vocazio­ne e famiglia.

Nell’analizzare il nuovo rapporto che nella società contemporanea si è venuto ad in­staurare tra famiglia e vocazione, occorre anche tenere conto di due ulteriori aspetti della cultura occidentale contemporanea.

Il primo aspetto è rappresentato dal drastico calo della natalità in at­to in Italia da circa trent’anni, ma ormai comune a pressoché tutto l'Occidente, e che ha determinato negli anni ‘90 la prevalenza del modello di famiglia a figlio unico, con la conseguente pressoché totale scomparsa delle famiglie con tre o più figli (tradizionale “bacino” delle vocazioni del passato). La riduzione delle nascite non solo rende statisticamente meno probabili le vocazioni di 'speciale' consacrazione, ma determina un profondo mutamento della qualità delle relazioni tra genitori e figli. Nella famiglia ristretta di oggi, esse diventano sempre più intense e profonde, anzi a volte incombenti e possessive; ciò che non favorisce quel distacco, anzi quella vera e propria rottura con la famiglia di origine, che è un aspetto essenziale di ogni vocazione, intesa come percorso autonomo che il soggetto fa e che può essere condizionato e influenzato, ma non predeterminato, dalla famiglia di origine.

Una seconda caratteristica della cultura contemporanea, e che la rende tendenzialmente non dispo­nibile all’accettazione delle vocazioni, è il diffuso venir meno della considerazione sociale in generale, e dell'apprezzamento da parte delle stesse famiglie in particolare, dello stato sacerdotale e religioso, a differenza di altre epoche della storia dell’Occidente, soprattutto in età medievale, ma anche in una lunga fase della stessa epoca moderna. Se permane ancora una sostanziale stima per lo stato sacerdotale e religioso come scelta di servizio agli altri, difficilmente il celibato viene accettato ed apprezzato, e le vocazioni sono spesso riconosciute più per il con­tributo che recano alla promozione umana e alla lotta contro le diverse forme di emarginazione, piuttosto che per la testimonianza della vita religiosa in sé e per sé.

Sono di conseguenza venuti me­no in larga misura sia i sostegni fa­miliari (l'intensità della vita cristiana delle famiglie, all’interno di una piccola comunità ricca di rap­porti e articolata anche nella sua dimensione fraterna) sia quelli sociali delle vocazioni di 'speciale' con­sacrazione: venute meno le struttu­re esteriori che le sostenevano, esse restano affidate, oltre che alla volontà di Dio che continua le sue chiamate, quasi soltanto alla libera risposta delle singole coscienze.

Non stupisce, in questo contesto, la diminuzione quantitativa delle vocazioni di 'speciale' consacra­zione; accompagnata tuttavia dalla loro crescita qualitativa, proprio perché nel contesto della società secolare esse ne guadagnano in autenticità e in robustezza interio­re, essendo spesso il frutto di scelte più meditate, più mature, più re­sponsabili che non in passato.

Nel contesto rapidamente deli­neato non stupisce che il discorso vocazionale possa incontrare diffi­coltà all’interno delle famiglie; e non solo di quelle ormai lontane dalla fede e dalla pratica religiosa, ma anche di quelle costituite da cristiani praticanti: per le prime una totale e definitiva consacrazione a Dio sembra priva di senso; per le seconde diventa difficile e proble­matica, sino alla preclusione ed al rifiuto.

Tra le difficoltà che gli stessi genitori cristiani incontrano nell’ac­cettare vocazioni di 'speciale' consacrazione dei loro figli, tre in particolare meritano di essere ricordate.

Una prima difficoltà riguarda la possibile conflittualità che può venirsi a determinare tra le attese dei genitori e la chiamata di Dio. La contrazione delle nascite in atto comporta, tra le altre conseguenze, sempre maggiori investimenti non solo economici e di tempo, ma anche e soprattutto affettivi, nella persona dei figli, dai quali sovente si attendono quelle gratificazioni che talora la vita dei genitori non ha conosciuto. La scelta religiosa del fi­glio unico priva del futuro la famiglia e urta contro il normale desiderio di qualcuno che continui nel tempo il nome e la tradizione, e spesso anche l’attività economica e professionale, dei genitori. L’uscita dalla famiglia, non per il Matrimonio ma per la vita religiosa, mette in crisi e ribalta, talora drammaticamente, questo “sistema di attese”.

Una seconda difficoltà concerne gli interrogativi, se non le inquietu­dini, che pervadono la coscienza dei genitori, anche di quelli credenti, di fronte alla scelta per la 'speciale' consacrazione a Dio. Il clima di provvisorietà e di preca­rietà esistenziale nel quale gli stes­si genitori vivono e dal quale essi sono condizionati, può far guardare con timore, talora con sgomento, a scelte che dovrebbero essere irrevocabili, ma che si teme tali non siano e possano essere poi rimesse in discussione nel corso della vita. Ancora, nella prospettiva di una vita tutta incentrata sulla felicità, sul successo, sulla riuscita, la vita reli­giosa può apparire grigia ed om­brosa, tale da non consentire la piena realizzazione della personalità dei figli (ma, di riflesso, degli stessi genitori).

Un ulteriore problema è rappresentato dalla scelta di castità che normalmente la Chiesa richiede a coloro che si consacrano al servizio di Dio. La verginità e il celibato consacrati venivano più facilmente accettati in una società in cui mino­re era la considerazione del Ma­trimonio, anche dal punto di vista religioso. L’innalzamento della «qualità» me­dia del matrimonio che ha caratte­rizzato da due secoli a questa parte l’Occidente (e che compensa la sua maggiore instabilità e fragilità), ha riproposto nel suo vero significato il senso della rinunzia espressa dal voto di castità. Paradossalmente la stessa crescita della famiglia come «vocazione», il recupero della dimensione laicale della vita cri­stiana, gli stessi sviluppi della spi­ritualità coniugale nelle coppie cristianamente più mature ed ecclesialmente più impegnate, portando ad un maggiore apprezzamento del Matrimonio anche come «via alla santità» possono avere reso meno agevole per i genitori, anche per i genitori cristiani, l’accettazione per i figli della rinunzia al Matri­monio e alle esperienze forti della coniugalità e della paternità/ma­ternità.

 

3. Per una «pedagogia dell'ab­bandono».

In questo contesto, ciò che appare particolarmente urgente all'interno di un discorso rivolto al­le famiglie in quanto «sorgenti di vocazioni», è l'impostazione e lo sviluppo di una «pedagogia dell'abbandono», sulla base del fondamentale testo di Gen 2,24, oggetto di approfondita rifles­sione da parte del Magistero (Giovanni Paolo II), che non riguarda soltanto la fase dell’«in­gresso» nel matrimonio (per consentire la formazione di una nuova coppia), ma anche, quella dell’«uscita» (del distacco fisico ed affettivo, cioè, dei figli dai genitori).

L’uscita del figlio dalla famiglia, qualunque ne sia la motivazione (ma, ancor più, l'ingresso nella vita  religiosa per il suo carattere di “rottura” in qualche modo definitiva), rompe questo segreto cordone ombelicale, e tutto questo non avviene senza un costo, ed un costo che non poche famiglie cercano inconsciamente di non pagare ritardando oltre ogni ragionevole limite l’«abbandono del nido», e dando luogo a quella che è stata chiamata la “famiglia lunga del giovane adulto”. Non stupisce, dunque, che, come Giuseppe e Maria nel Tempio (Lc 2,48), molti genitori cristiani non riescano ad accettare senza lacerazioni questo distacco.

Di qui la necessità, appunto, di una «pedagogia dell’abbandono» alla quale formare i genitori cristia­ni, e il cui spirito dovrebbe caratte­rizzare fin dalle origini i rapporti tra genitori e figli alla luce della consapevolezza, a poco a poco ac­quisita e maturata, che il radica­mento è autentico e produttivo di frutti quando non solo subisca, ma anzi accetti e prepari, responsabil­mente e per quanto possibile gioio­samente, lo sradicamento e dunque il distacco. Se così non avviene, più difficile diventa l’uscita dal guscio protettivo della famiglia, più espo­sta al rischio anche la risposta ad un’eventuale chiamata di Dio, più doloroso il trauma della separazione. Una pedagogia vocazionale di lungo periodo presuppone l’impostazione dell’intera rete di relazioni tra genitori e figli (e viceversa) in termini di educazione al distacco, condizione necessaria perché la chiamata di Dio possa essere accol­ta: direttamente dagli uni (i figli), indirettamente dagli altri, (i genitori). Anche dal punto di vista pura­mente umano, scelte responsabili ed autonome dei figli, sia in campo matrimoniale sia in ordine alla pro­fessione, sono possibili solo all'in­terno di questa cornice. In prospettiva vocazionale è questo un fondamentale banco di prova della capacità della famiglia cristiana di diventare una famiglia «creativa», atta dunque ad essere luogo nel quale le vocazioni crescono e maturano.

 

4. Le virtù della vita di famiglia.

Perché la famiglia sia veramente «sorgente di vocazioni» è necessa­rio che essa sappia giocare la sua esistenza nel segno della «piccola Chiesa» riprendendone, in dimensio­ne domestica le tre principali caratteristiche: la celebrazione dell’Eucaristia, l'ascolto della Parola, l'esercizio della Carità.

Particolarmente denso e forte il collegamento tra Matrimonio ed Eucaristia. Se normal­mente il luogo della celebrazione dell’Eucaristia è la Chiesa (e non la casa; come avveniva nei primi se­coli cristiani), e se pure celebrazioni domestiche dell’Eucaristia, in particolari occasioni, sono consen­tite ed auspicabili, l’Eucaristia si prolunga nella vita quotidiana se sviluppa compiuta­mente i suoi doni e trova nei rapporti che si svolgono all'interno della famiglia una sua tipica esplicazione.

Quanto all'ascolto della Parola, sia pure lentamente e faticosamen­te, esso si va facendo strada nelle famiglie cristiane, soprattutto in occasione dei pasti e in particolari tempi liturgici. Ponendosi in atteggiamento di disponibilità alle sollecitazioni che le vengono dalla parola di Dio, la famiglia cristiana assume un atteggiamento di fondamentale disponibilità all'ascolto delle sollecitazioni di Dio, anche in ordine alle vocazioni.

L’esercizio della Carità, infine, realizza l’Eucaristia e attualizza la Parola, trovando esso pure un luogo emblematico nella famiglia, sia nell’amore reciproco degli sposi e di essi per i figli, sia mediante l'accoglienza, l'ospitalità, il servizio agli altri, soprattutto a coloro che non hanno avuto il dono della famiglia.

Nascono di qui alcune specifiche virtù della famiglia il cui eser­cizio appare essenziale perché possa crearsi un clima favorevole all’a­scolto della chiamata di Dio e per­ché dunque la famiglia cristiana possa adempiere alla missione affi­datale dal Concilio, quella di favo­rire la vocazione di ciascuno dei suoi componenti «e quella sacra in modo speciale», (LG 11). Vi sono, innanzitutto, le tre virtù alle quali fanno riferimento i tradizionali voti monastici e il cui esercizio è stretta­mente legato a tutte le vocazioni di 'speciale' consacrazione. Si tratta dei consigli evangelici, di cui il Concilio ha sottolineato la univer­salità, proponendoli, sia pure in for­me diverse, a tutti i credenti, e dun­que anche alla famiglia cristiana.

La vita familiare esprime la ca­stità non nella forma celibataria, ma nell’esercizio di una sessualità che si esprime in atti «onorabili e degni» (GS 49) perché collocati all’interno di un contesto di amore fedele e condiviso. I figli esperimentano naturalmente, pur senza percepirlo in tutta la sua intensità, questo profondo legame affettivo, e sono per questa via intro­dotti ad una sia pure embrionale comprensione del significato positivo della sessualità; condizione necessaria, questa, perché la rinunzia consapevole al suo esercizio in vista del Regno si svolga nel segno della positività e non della negati­vità, del trascendimento e non della fuga.

Ancora, la vita familiare esprime l'obbedienza nella forma della «re­ciproca sottomissione» tra uomo e donna, dato che al suo interno non vi è nessuno che sia «superiore» e nessuno che sia «inferiore», come avviene all'interno di ogni autentica comunità (Giovanni Paolo II: Lettera alle famiglie, n. 7). Nella famiglia cristiana si fa l’esperienza della mutua obbedienza; sia pure ritmata e graduata dalle condizioni particolari e dalle diverse età del vita: tanto il marito e la moglie quanto i figli, soprattutto a mano a mano che avanzano verso l’età adulta, insieme «comandano» e «obbediscono». Una famiglia unita compie la forte esperienza dell’in­tegrazione tra autorità e libertà, tra regole socialmente necessarie e riconoscimenti del primato della coscienza, talché la sua regola è la condivisione non la repressione. In questo senso la vita di famiglia prepara alla comprensione del senso autentico della libertà cristiana.

Infine la vita familiare educa allo spirito di povertà nella mi­sura in cui - pur usufruendo, come è necessario, dei mezzi materia­li necessari all’esistenza – non pone al centro delle sue attenzioni, delle sue preoccupazioni i beni economici. L'accettazione di una decorosa povertà, o di una sobria semplicità di vita, è un passaggio obbligato per una famiglia che voglia essere autenticamente cristiana e che non si lasci conquistare dalla dominante mentalità consumistica. In tal modo la famiglia cristiana crea le condizioni per l'acquisizione di quello spirito di distacco che, si esprima o meno in un formale «voto» di povertà, è tipico di ogni forma di 'speciale' consacrazione, e che non assume mai la forma del disprezzo delle cose.

La cornice generale all'interno della quale, si colloca l’esercizio delle virtù familiari è lo spirito di preghiera (FC 81-62), grazie al quale si creano le condizioni favo­revoli all’ascolto della chiamata. Una famiglia che prega è già di per sé in stato vocazionale.

 

5. Spiritualità familiare e spiri­tualità vocazionale.

Se la famiglia non è un «passaggio vocazionale» di per sé obbligato - dal momento che la chiamata di Dio può giungere talora pre­scindendo dalla famiglia o addirit­tura, almeno in apparenza, contro di essa (di qui, talora, drammatiche incomprensioni e persino lacera­zioni) - l'esperienza della storia - da Agostino a Caterina da Siena, a Giovanni Bosco a Teresa di Lisieux - rivela quanto importante, e a volte determinante, sia il conte­sto familiare, soprattutto nella for­ma del rapporto tra madre e figli. Tenuto conto di ciò, la pastorale vocazionale dovrebbe assumere una specifica dimensione familiare assai più di quanto non sia sin qui avvenuto,.

Nelle società del passato la proposta vocazionale, nella sua di­mensione di distacco affettivo, po­teva incontrare minori difficoltà; ma nella società contemporanea, in genere caratterizzata da forti legami affettivi tra genitori e figli, la famiglia diventa un attore importante, se non la protagonista, del discorso vocazionale.

Moltiplicare le famiglie cristia­ne come piccole «chiese domesti­che», fare di esse il luogo in cui l’Eucaristia è vissuta nella vita quotidiana, la parola di Dio ascol­tata, il servizio della Carità praticato, significa porre le premesse per l'accoglimento della chiamata, e dunque preparare un terreno fecon­do sul quale la parola di Dio potrà penetrare in profondità e mettere radici.

Di qui lo stretto intreccio fra pa­storale familiare e pastorale voca­zionale: «Consapevoli della fonda­mentale responsabilità della fa­miglia in proposito, attraverso l'a­scolto della parola di Dio, la vita di preghiera, l'esercizio della Carità, una condotta vigile e sobria, una ge­nerosa partecipazione alla vita ec­clesiale, i genitori creino le pre­messe per scelte vocazionali mature e responsabili. Non ostacolino, ma rispettino, condividano e accompagnino con trepida e fiduciosa gioia il cammino di quei figli che inten­dessero verificare e seguire una vocazione al sacerdozio, alla consacrazione religiosa o secolare o alla vita missionaria» (CEI, Direttorio di pastorale familiare, n. 144).

In questo denso passaggio, riassuntivo di una serie di indicazioni del Magistero, vengono usati tre verbi («rispettare, condividere, accompagnare») che meritano di essere sinteticamente illustrati.

Rispettare significa nello stesso tempo non ostacolare e non imporre (o tentare di imporre) la scelta vocazionale. Vi è sempre il pericolo dell'incomprensione da una par­te o dell’eccesso di zelo dall’altra, cosicché le vocazioni religiose vengono talora malaccortamente ostacolate, talora inopportunamente sollecitate, sino alle soglie dell’imposizione psicologica (nella forma di vocazioni “paterne” e soprattutto “materne”, trasferite sui figli e sulle figlie). L'atteggia­mento tipico della famiglia cristia­na è invece quello del rispetto, che implica insieme riserbo ed esercizio del discernimento.

Condividere sta ad indicare l'in­teriore partecipazione della fami­glia cristiana alle scelte di vita dei figli. Ciò vale per la vita matrimoniale, ma anche per la vita religio­sa, pur se con modalità diverse. L'esperienza dei figli non è realmente «condivisibile», perché altra e irri­petibile, ma può essere in qualche modo accolta e fatta propria, così da diventare una realtà che pervade tutta intera la vita di famiglia.

Accompagnare fa riferimento al­la necessità, da parte della fami­glia, di non cedere alla tentazione della delega, quasi che – una volta che i figli siano eventualmente en­trati in un Seminario o in un Istituto di formazione - il compito educativo della famiglia fosse concluso. Esso invece continua nel tempo, anche se in forme e con modalità diverse, sino a quando i genitori so­no in vita: chi ha fatto la scelta del­la 'speciale' consacrazione ha sem­pre bisogno di continuare a sentirsi, e ad essere riconosciuto pienamen­te, come figlio o figlia, anche nel caso in cui la vocazione fosse stata inizialmente contrastata. Frequenti incontri tra coloro che vivono la vita sacerdotale o religiosa e le fami­glie cristiane, su specifiche tematiche vocazionali, potranno favorire la comprensione della complemen­tarità, e non della contrapposizione, tra le diverse vie lungo le quali è possibile camminare per la costruzione del Regno.

 

Conclusione: dove si diventa cristiani?

Alla base del complesso rapporto tra famiglia e vocazione sta la fondamentale domanda: dove si diventa cristiani? La risposta a questo interrogativo non può essere univoca, nel senso che non vi è un unico luogo, ma piuttosto un intersecarsi di momenti e di esperienze di vita cristiana, che vanno dalla famiglia al gruppo di catechesi., dall’associazione giovanile alla comunità parrocchiale, e così via. In questo itinerario, tuttavia, la famiglia rappresenta un passaggio in certo senso obbligato; dato che solo eccezionalmente si diventa cristiani se non ci si assoggetta al vaglio della famiglia (cristiana). Dio continua a chiamare a sé uomini e donne anche al di là del contesto familiare, come l’esperienza, fortunatamente e provvidenzialmente, ci insegna; ma la via ordinaria per la sequela trova il suo radicamento nell’educazione religiosa ricevuta in famiglia.

In ordine alle vocazioni di 'speciale' consacrazione, vi sono molte agenzie educative che svolgono un ruolo importante, così come vi sono occasioni che determinano la scelta: dall’incontro con una grande figura di santo a un’esperienza di vita, sia pure breve, in una comunità; al colloquio rivelatore con un autentico maestro di vita spirituale, e così via. Alla fine, tuttavia, il ruolo fondamentale della famiglia si rivela quasi sempre decisivo.

Per questa ragione la pastorale vocazionale del futuro potrà opportunamente assumere come punto di riferimento, assai più di quanto non sia finora avvenuto, la famiglia cristiana. Aiutarla a “diventare se stessa” (FC 19), e cioè a svolgere sino in fondo il proprio compito all’interno dell’unica Chiesa, è cercare le premesse necessarie perché fioriscano le vocazioni di speciale consacrazione. In negativo, dietro la crisi delle vocazioni si può leggere anche la crisi della famiglia cristiana: superare l’una è condizione necessaria per superare l’altra.

 

B- sentieri per una pastorale vocazionale

 

Inizierei questa seconda parte riportando le parole che i vescovi nell’ultimo Sinodo hanno consegnato al S. Padre nella proposizione 11, nelle quali sono indicati alcuni sentieri non nuovi, ma certamente riproposti in modo autorevole:

«Come risposta al dovere urgente della Chiesa di offrire il dono dell’Eucaristia in modo abituale a tutti i fedeli, e data la scarsezza di sacerdoti in vari luoghi, volgiamo gli occhi al Signore e Gli chiediamo insistentemente di mandare operai per la Sua messe.

Da parte nostra proponiamo di rafforzare la pastorale vocazionale e la dimensione vocazionale di tutta la pastorale, specialmente di quella giovanile e familiare. Chiediamo perciò di:

-         costituire gruppi di chierichetti e procurare loro l’accompagnamento spirituale;

-         diffondere l’adorazione eucaristica per le vocazioni, nelle parrocchie, nei collegi e nei movimenti ecclesiali;

-         stimolare i parroci e tutti i sacerdoti all’accompagnamento spirituale e alla formazione dei giovani, invitandoli a seguire Cristo nel sacerdozio con la loro testimonianza;

-         organizzare, secondo le possibilità, un centro vocazionale o un Seminario minore nelle Chiese particolari.

Vescovi e sacerdoti vogliamo impegnarci in prima persona in questo genere di pastorale, dando esempio di entusiasmo e di pietà».

Inoltre nell’ultima Assemblea della CEI in Assisi sono stati approvati gli Orientamenti e norme per i seminari, che dopo la recognitio della S. Sede ci potranno offrire ulteriori spunti.

Per individuare alcuni sentieri di pastorale vocazionale forse è necessario non tanto soffermarsi sulle cause e le ragioni della attuale situazione delle vocazioni sacerdotali, di cui si è molto parlato e la cui risposta coinvolge tutta la nostra pastorale e anche lo stesso nostro essere Chiesa, quanto cogliere tale situazione come opportunità. A proposito vorrei riprendere ciò che S. E. Mons. Betori disse nella presentazione del volume “La parabola del Clero” a cura della CEI e della Fondazione Agnelli: «Una delle cose più importanti di questo studio è che ci fa guardare ai prossimi anni, mi pare in particolare ai prossimi 10 anni, come ad una finestra di opportunità e dunque di responsabilità. Non c’è un destino nel nostro immediato futuro, né un destino negativo né certezze o sicurezze a buon mercato. La Chiesa e gli stessi ministri ordinati della Chiesa, sono messi nelle condizioni di cercare se stessi con la Chiesa e per la Chiesa, ma anche con la società italiana e per la qualità della esperienza umana degli uomini e delle donne che la abitano».

Un primo sentiero che possiamo percorrere senza indugio anche nel contesto attuale lo chiamerei “la chiamata alla vocazione”. Molto si è fatto e molto si fa per accompagnare ragazzi e giovani verso una fede più matura, ma non sempre il giovane o il ragazzo arriva a porsi esplicitamente la domanda sulla propria vocazione, restando in una indistinta adesione al Signore che non riesce a farsi storia nella concretezza della vita. Vorrei richiamare due suggerimenti di J. Vecchi, allora Rettore Maggiore dei Salesiani, che riportai nella mia relazione del 2002: «C’è bisogno di un lavoro diretto ed esplicito per le vocazioni di particolare consacrazione. Spontaneamente non sorgono. Non bisogna cadere nel genericismo. E’ importante che non cediamo né alla trascuratezza, né a scelte sbagliate, come può essere quella di rinunciare a proporre ai giovani forme di intensa vita cristiana e di sequela radicale di Cristo. In molti casi è necessario l’invito esplicito. L’ambiente sociale non suggerisce una vocazione di consacrazione. Sarà sempre il fascino di Cristo quello che determina un altro orientamento. E qui sta la nostra prova di pastori - educatori di giovani. I discepoli si sentirono affascinati da Gesù Ma per capire che potevano mettersi al suo seguito hanno dovuto ascoltare l’invito: “Seguimi”». Certamente Dio ha l’iniziativa in ogni chiamata e noi non possiamo ispirarla o farla nascere, ma questo non può esimerci dal dovere di fare risuonare come opportunità, in tutta la sua bellezza e fascino, il vangelo della vocazione. Credo, inoltre, che ciò possa aiutare anche il nostro ministero pastorale a farsi storia, storia di salvezza, storia di chiamata, per ogni credente che incontriamo, ragazzo o giovane.

Un secondo sentiero, che in qualche modo già si sta percorrendo in quasi tutte le parrocchie, è quello del gruppo ministranti e che forse ha bisogno di essere percorso con più convinzione e con maggior fiducia. Del resto i ministranti hanno in embrione le caratteristiche proprie di ogni vocazione: amore al Signore e disponibilità al servizio nella comunità cristiana e vanno accompagnati verso una maturità umana e spirituale.

Un terzo sentiero, che abbiamo appena iniziato a percorrere, è quella proposta chiamata “prendi parte alla mia gioia”. Essa è orientata agli adolescenti e prevede 3 giorni al mese da vivere in Seminario. Il loro desiderio di vivere insieme viene valorizzato orientandolo verso una sana e sincera amicizia e verso un’esperienza che faccia gustare la bellezza dell’incontro con il Signore, fino a porsi con serietà la domanda vocazionale.

Un altro sentiero che, fra gli altri, vorrei sottolineare è quello della Comunità Giovanile. Nella relazione dello scorso anno vi descrissi le linee fondamentali del progetto. Dopo un anno di esperienza si può affermare che i frutti sono confortanti e che, dopo la fase iniziale, necessita ora di una accoglienza veramente diocesana.

Un’ultima opportunità ci viene data dal servizio pastorale che 5 dei nostri 7 seminaristi svolgono in altrettante parrocchie. Questa presenza, oltre che arricchire la persona stessa del seminarista ed essere, in qualche modo, anche una risorsa pastorale, credo che possa essere l’occasione di far incontrare una testimonianza concreta di scelta vocazionale con i nostri ragazzi e giovani suscitando in essi una domanda vocazionale.

Concludo riaffermando che la nostra Chiesa locale sta vivendo una stagione veramente di grazia in cui numerosi sono gli esempi di dedizione e molteplici sono le opportunità favorevoli che il Signore ci offre anche per una incisiva pastorale vocazionale verso un futuro pieno di fiduciosa speranza.