Esperienza a Monte Quemado - Argentina
2005
Per il terzo anno consecutivo un gruppo di giovani della diocesi di Senigallia hanno vissuto durante il mese di agosto un’esperienza missionaria presso la parrocchia di S. Francesco di Assisi di Monte Quemado, nella provincia di Santiago del Estero al nord dell’Argentina.
Sono stati dei giorni nei quali abbiamo condiviso la vita quotidiana di questa gente così diversa dal nostro stile di vita, ma anche così ricca di quei valori che nel mondo industrializzato vanno scomparendo. La povertà è presente in ogni angolo, povertà economica, ma anche povertà di cultura e umana.
Siamo stati ospiti delle suore che sono una presenza significativa di aiuto e di promozione umana e ci ha accompagnato in questi giorni P. Marcello Birarelli, il parroco, che è nativo di un paese vicino Senigallia e che conoscevamo.
Abbiamo avuto modo di approfondire la nostra conoscenza con le istituzioni create dalla comunità ecclesiale locale come la scuola primaria parrocchiale che accoglie 450 alunni e che, animata dall’impegno di numerosi maestri e maestre, offre non solo un progetto di formazione culturale, ma anche di promozione umana dei fanciulli, dei ragazzi e delle loro famiglie.
Come anche la scuola per le persone diversamente abili sia adulti che ragazzi istituita dalle suore. E questa è una novità recente perché fino a poco tempo fa le famiglie tenevano segregati in casa i suoi figli portatori di handicap o i loro parenti. Invece con questa istituzione si trasmette il valore che anche queste persone hanno e il loro diritto ad avere un vita dignitosa.
Inoltre abbiamo vissuto i vari momenti della vita parrocchiale, come la festa della Vergine del Carballo, che è la festa più grande ai cui partecipano più di diecimila persone anche dai paesi vicini. Ma la novità più grande, che ci induce a proseguire questo progetto di collaborazione e di scambio, è l’essere stati accolti come amici dai giovani e dalle stesse famiglie che, seppur povere, ci hanno aperto le loro case per condividere una pasto con loro. Questo ci ha fatto sentire come a casa nostra, sorprendendo perfino P. Marcello per questa generosa e gioiosa accoglienza delle persone e delle famiglie.
Altra novità di quest’anno quella di aver avuto modo di incontrare il Vescovo della diocesi che ci ha ringraziato per il progetto e ci ha incoraggiato a proseguire sia dal punto di vista di sostegno economico, ma soprattutto continuando ad andare da loro per rafforzare i legami di amicizia, che hanno un valore ancora più grande del sostegno economico in quanto rompono i cerchi di abbandono in cui questa gente si sente.
Speriamo che questo ponte fra Senigallia e Monte Quemado possa rafforzarsi sempre più in un gemellaggio che permetta ai nostri giovani di arricchirsi di un’esperienza di condivisione con i poveri e alla gente di Monte Quemado di sentirsi in cammino con altra gente lontana, ma vicina per amicizia e solidarietà.
L’esperienza
di Andrea Baldoni, seminarista del 5 anno.
“Quale Chiesa
incontrerò? chi sono e cosa fanno i cristiani a Monte Quemado? P. Marcello, che
tipo sarà?…Le foto, i video, le testimonianze e i racconti di chi mi ha
preceduto sono stati davvero abbondanti e chiari, ma ora sono io ad andare e si
sa…: un conto è dirlo (o meglio ascoltarlo), e un conto è farlo…Allora per
iniziare un po’ di storia.
I Francescani e
i Gesuiti sono giunti nella zona di Santiago Del Estero nel 1730 per
evangelizzare le popolazioni del luogo che divinizzavano i fenomeni naturali e
gli animali. Monte Quemado, che fa parte di questa regione, nasce negli anni
’30 del secolo scorso e avrà quasi da subito un sacerdote (anche se non
residente) mandato dall’allora vescovo di Santiago. Nel ’47, i Francescani
Minori di Jesi aprono una missione proprio qui. Intanto nel ’61, il villaggio,
che attualmente conta circa 15000 persone, viene incluso nell’allora nascente
diocesi di Añatuya.
Finalmente,
nel’76 arriva l’attuale parroco di una delle due parrocchie, il frate P.
Marcello Birarelli originario di Casine di Ostra. Così si legge di lui in un
libro su M. Quemado: “…profonda vocacion religiosa, alegre dinamismo y
constante inquietud de hacer una y otra cosa …”. Ora oggi sul territorio
sono presenti diverse opere da lui volute come le 5 cappelle delle quali ognuna
fa capo ad un quartiere, la chiesa parrocchiale e la canonica con i locali
parrocchiali, una scuola, fondata
25 anni fa, e Radio S. Francesco, necessario modo di diffusione del vangelo là
dove le distanze sono grandi e gli spostamenti difficili.
Altro fatto
importante per il paese è l’arrivo, circa 30 anni fa, delle Suore della
compagnia di S. Angela de la Cruz, anch’esse animate dalla spiritualità
francescana, con una intensa vita di comunità e un impegno a 360 gradi. Tanti
sono i servizi che svolgono per gli abitanti del luogo, in particolare poveri e
che beneficiano dei loro aiuti materiali e spirituali. E’ simpatico vederle
andare in bicicletta per le strade spesso di terra del villaggio e dei boschi
attorno per la visita alle famiglie più bisognose.
In una zona così
povera culturalmente abbiamo visto spiccare per fede e umanità i cristiani
adulti. Diversi di loro sono maestri di scuola, catechisti, impegnati nella
liturgia e nella preghiera, altri aiutano le “hermanas” di S. Angela nei
tanti servizi. Mi ha colpito particolarmente vedere i maestri riuniti in
preghiera davanti al tabernacolo in
una cappellina della scuola prima dell’inizio delle lezioni e con quale
silenzio e attenzione ascoltavano la Parola di Dio.
Forte e bella
è la spiritualità mariana anche se per molti è una devozione che non sempre
sfocia nella fede. Una mamma di 7 figli mi ha detto di aver fatto una promessa
alla “Virgen”, ma non l’ho mai vista a messa. “E’ una religione fai da
te che non scende nella vita concreta e comunitaria delle persone” ci diceva
P. Marcello, anche se non è difficile intuire l’aiuto interiore che in
situazioni di vita così difficili comunque vi si trova.
Un frutto di
questa spiritualità è la settimana di preparazione alla festa più grande
dell’anno, quella dedicata alla “Virgen del Carballo” che si trova nel
rispettivo santuario. Durante questa settimana si fanno anche i battesimi e ogni
sera si celebra la Messa. La festa si conclude con l’Eucarestia, che è
preceduta da una processione di 4 ore durante la quale elementi culturali e
folcloristici si alternano a quelli religiosi: gaucho al galoppo, bambini che
ballano la chacharera ma anche tante preghiere d’invocazione e canti di lode
oltre che la possibilità, per i malati e gli anziani di uscire dalle loro
abitazioni per un momento tutto personale con la statua della “Virgen”.
Significativo
è stato anche vedere nelle assemblee liturgiche i bambini e i giovani nelle
prime file, anche se molti di loro non frequentano e rimangono per le strade.
Essi trovano nella musica e nel canto una delle dimensioni più belle e
immediate per unirsi e comunicare l’appartenenza alla Chiesa.
E’ stato
arricchente per me il vedere come la Chiesa di Cristo si sia impiantata anche
qui. Essa come in ogni luogo e in ogni tempo condivide con ogni uomo il cuore
della vita. Credo che per questa nostra società, dove in genere non si riesce a
vedere le esigenze primarie delle persone, questa chiesa giovane, entusiasta e
un po’ inesperta, sia un segno profetico dell’amore di Dio per l’uomo e
del conseguente amore tra gli uomini.
I cristiani già
da tempo hanno cominciato a porre gesti concreti e gratuiti di carità e di
condivisione oltre che a comunicare la loro fede alle nuove generazioni. Giovani
e meno giovani catechisti , un po’ timidi ma generosi accompagnano P. Marcello
per i piccoli villaggi nel bosco anche a due ore o più di distanza dal paese
per i sacramenti e la catechesi.
“Non in tutte
le zone della diocesi ci sono laici così e un grosso merito ce l’ha P.
Marcello” c’ha detto il vescovo, che stima molto anche
gli altri tre preti marchigiani che vivono in questa diocesi il loro
ministero ormai da tanti anni. Egli punta moltissimo sulla formazione culturale
e umana e, quindi, sulla scuola parrocchiale, perché tutti possano frequentarla
e possano da lì uscirvi formati come cittadini e come cristiani, superando, così,
quella egoistica mentalità presente nelle istituzioni pubbliche.
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Tornare in Argentina è stato come poter “concludere” il viaggio iniziato l’anno scorso. E’ stato come se quella prima esperienza avesse lasciato qualcosa di sospeso dentro di me e che solo ritornando sarei riuscita a superare.
Non è sempre facile seguire il proprio cuore e guardarsi dentro e cercare di capire cosa si vuole veramente…, come non è facile tornare e vivere la propria vita dopo aver visto una simile realtà. Mentre ero in viaggio per Monte Quemado non ho provato emozioni forti come l’anno scorso, in fondo stavo solo tornando in una città già vista con gente già conosciuta….
Era notte ci trovavamo sul collettivo (autobus) da più di sei ore, intorno a noi non si intravedeva niente perché non c’era altro che selva quando ad un tratto un lampione ha illuminato le porte della vecchia città di Monte Quemado, il mio cuore ha iniziato a vibrare all’impazzata mi sentivo come se fossi tornata a casa.
La grande ospitalità di questa gente, il calore e l’accoglienza con le quali ti aprono le loro “porte” è sensazionale, tanto che ti senti di casa e quell’imbarazzo che ci poteva essere all’inizio svanisce.
Non si può pensare di essere supereroi e cercare in quelle poche settimane di riuscire a salvare la situazione ma bisogna cercare di essere sempre se stessi condividendo con quella gente i momenti della giornata.
E’ proprio così che andando ogni anno si costruiscono i legami con i bambini, con la gente comune di Monte Quemado, ed è proprio grazie a questa esperienza che noi, quelli che ancora non sono partiti, quelli che vorrebbero partire e tutti quelli che leggeranno questo articolo potranno se vorranno collaborare con questo progetto e far si che questa finestra verso questa gente, questa cultura, questa realtà così diversa dalla nostra possa non chiudersi mai.
Valentina Sbarbati