Esperienza a Monte Quemado - Argentina
2004
In questa estate 2004 abbiamo proseguito nella esperienza missionaria a Monte Quemado (Argentina) nella parrocchia di P. Marcello mantenendo non solo aperta questa finestra sul mondo della missione ma anche intessendo e approfondendo le relazioni di scambio e di conoscenza.
Sei giovani, Enrico Franceschetti, Enrico Gargamelli, Giovanni Frulla, Nicola Rovelli, Valentina Sbarbati e Giovanna Piaggesi accompagnati da don Luciano Guerri hanno vissuto 20 giorni insieme alla comunità di Monte Quemado, vivendo i medesimi momenti di festa e di attività pastorale. In particolare abbiamo condiviso tempo e impegni con i giovani e con i bambini sia della scuola parrocchiale sia della scuola delle suore presso cui eravamo ospitati.
Significato e sorprendente per la nostra mentalità il calore con cui siamo stati accolti in ogni luogo in cui andavamo e da ogni persona che incontravamo, perfino nelle famiglie, che così povere, tuttavia ci offrivano con grande sforzo ma con gioia la loro ospitalità e il loro affetto.
Speriamo che questo ponte rimanga aperto e sia percorso da sempre più persone sia verso Monte Quemado sia anche da Monte Quemado a Senigallia. E’ questo il prossimo passo e anche la sfida: poter accogliere noi alcune persone di quella comunità parrocchiale per un più profondo scambio di doni. Sia questo l’impegno che ci proponiamo.
Don Luciano Guerri
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MONTE
QUEMADO
I
GIOVANI
Monte Quemado, 36 ore di viaggio, 15.000 chilometri distanti da casa, lontani dal “nostro mondo”, dalle nostre comodità, dalle nostre sicurezze, in fondo un po’ da noi stessi attraverso emozioni che rimarranno nei nostri cuori, sguardi di profonda amicizia, sorrisi di semplice gioia solamente per essere lì, cuori di persone ricche d’amore, storie condivise con gioia o con dolore; testimonianze di vita vissuta senza la certezza del domani, in una terra dove la povertà cammina a fianco della dignità umana. Monte Quemado è stato tutto questo e tanto altro, una missione che ha chiuso una “via” intrapresa un anno fa con l’Esperienza del Servizio Volontario presso il Centro di Prima Accoglienza.
Questa esperienza, per due di noi, è stata la pista di decollo per la missione in Argentina, sette mesi condivisi con persone da molti definiti gli ultimi, che hanno accresciuto in noi l’importanza dell’accoglienza e della condivisione, affinché il rispondere al loro chiedere aiuto non si limiti ad un semplice “servizio” ma vada oltre, facendosi toccare dalla loro presenza, donando gratuitamente il nostro tempo per loro.
L’aspetto che più colpisce, andando in un Paese straniero, è sicuramente la loro accoglienza, soprattutto dei giovani. Ci hanno atteso al nostro arrivo, ci hanno accompagnato in tutti i nostri spostamenti durante i 20 giorni di permanenza e prima di partire erano tutti lì a salutarci e a ringraziarci per aver condiviso con loro questa esperienza con la speranza viva nelle loro parole di rincontrarsi il prossimo anno.
Proprio i giovani ci hanno fatto scoprire la città, mostrandoci i suoi molteplici aspetti e contraddizioni. Per chi ci vive tutto all’apparenza sembra normale, una città come tante altre; mentre vista da fuori, con gli occhi occidentali, la povertà è tangibile, la si incontra nei bambini di ogni età che vagano soli, vestiti di stracci; nella scarsa igiene presente per le vie con spazzatura in ogni angolo e nelle abitazioni fatte prevalentemente di mattoni e terra.
Contraddizioni perché Monte Quemado è una città prevalentemente giovane, sono tanti i ragazzi che si incontrano girando per il centro, solo che pochi hanno la possibilità di studiare finita la scuola dell’obbligo (che va dai 6 ai 14 anni) e non ci sono possibilità di lavoro, basti pensare che l’unica opportunità è rappresentata da alcune segherie che non contano più di quindici dipendenti l’una.
I più fortunati riescono a proseguire gli studi nelle città limitrofe (a circa 200 chilometri) e per avere un futuro “normale” di certo non torneranno a Monte Quemado per lavorare perché non avrebbero prospettive future atte a garantire un certo tenore di vita, quindi c’è una forte migrazione di giovani capaci e volenterosi, la maggior parte dei quali sono impegnati e collaborano con la parrocchia.
I ragazzi che aiutano Padre Marcello nelle sue attività sono riuniti nel “gruppo missionario”, composto da circa trenta persone di età compresa tra i 13 e 22 anni.
Per quanto riguarda le loro attività, si incontrano una volta alla settimana sia per la formazione alla catechesi, incontri presieduti o da Padre Marcello (anche se non sempre riesce ad essere presente avendo a carico un’intera comunità formata da circa 15.000 anime) o da catechisti più grandi, sia per organizzare le varie solennità durante l’anno pastorale che consistono prevalentemente nell’informare ed invitare le famiglie della città, soprattutto quelle che vivono in periferia, alla iniziative parrocchiali andando casa per casa e fermandosi a pregare con loro.
Svolgono un lavoro veramente importante all’interno della parrocchia, basti pensare che ci sono quartieri o zone di Monte Quemado in cui Padre Marcello riesce a dire Messa e a celebrare i sacramenti una volta all’anno e vista l’elevate natalità del posto, si possono avere anche sessanta battesimi in una sola celebrazione.
Monte Quemado è una terra povera, il tutto immerso in una realtà socio-politica corrotta in mano a pochi che curano i propri interressi e non quelli della collettività, ma ricca di potenzialità. Occorrerebbe, da parte nostra, aiutarli fornendo i mezzi necessari al loro sviluppo formando giovani e creando opportunità di lavoro per bloccare la continua migrazione dei ragazzi in altre città.
Questa esperienza di missione per me ha sì chiuso un tempo della mia vita ma di certo ha aperto tante “strade”, sia verso uno stile di vita più “responsabile” sia verso una Chiesa aperta al mondo, senza chiudersi nelle proprie realtà parrocchiali e dividersi in gruppi; ma tutti insieme partendo dalla parola del Vangelo, possiamo costruire la pace, mettendo al centro di tutto l’uomo come persona, coltivando i rapporti umani, condividendo esperienze e sentendosi più “fratelli” senza rincorrere il piacere egoistico del benessere economico.
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Facendo la maestra alla scuola elementare di Padre Marcello e l’animatrice al corso di cucito delle suore, sono rimasta molto colpita dal fatto che tutti i bambini ci si sono subito affezionati rispecchiando il loro gran bisogno d’affetto. A Monte Quemado molte famiglie hanno almeno 6-7 figli ed è difficile per i genitori o più spesso per la madre, che è sola, dare a ciascuno il proprio bisogno d’amore. Qui da noi i figli sono riempiti d’affetto, di attenzioni, nulla viene loro negato perché le possibilità ci sono, forse anche troppe.
Là non si fa in tempo ad essere bambini, si diventa subito grandi; è normale per le ragazze avere il primo figlio a 13, 14, 15 anni. A scuola faceva tenerezza vedere tutti i bambini che volevano due baci per salutarci, sembrava non finissero mai. Tutti lì, piccoli, dolcissimi, qualcuno con i vestiti rovinati ma con gli occhi pieni d’amore e di speranza di rivederci ancora.
Dalle suore, che ci hanno ospitato e che hanno una scuola di manualità per ragazze, la stessa cosa, anzi forse ancora più forte. Le bambine non vedevano proprio l’ora di stare con noi: un giorno riposavamo in camera che dava sul loggiato del cortile, alcune di loro stavano lì fuori provando ad aprire la finestra per vedere che facevamo: “Estan durmiendo” ho sentito, e ho sorriso.
Altre volte ci vedevano arrivare e venivano lì intorno, ci abbracciavano, ci domandavano:” Que hacemos hoy?”, piene di entusiasmo.
Un’altra cosa bellissima è che riuscivamo veramente con niente a farli divertire. Con dei fogli di carta abbiamo costruito barchette per andare dall’Argentina in Italia e con dei fili dei braccialetti colorati. Piccole cose ma che hanno riempito i loro piccolo cuori….e i nostri.
Giovanna
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La Cañada
Un’esperienza di condivisione davvero importante del nostro viaggio è stata la possibilità per me, Giovanni, Enrico G. ed Enrico F. di accompagnare un gruppo di 4 catechisti alla scuola rurale “La Cañada” .
Là i catechisti vanno poche volte l’anno e rimangono per la catechesi per 2 o 3 giorni, poiché la scuola si trova 30 km internata nel bosco e per arrivare ci si impiega 2 ore percorrendo una strada di terra, polverosa e piena di buche.
Di solito poi, dopo questi giorni di catechesi, la domenica arriva Padre Marcello che celebra i sacramenti, normalmente battesimi ma anche comunioni cresime e matrimoni, proprio per il fatto che raramente riesce a recarsi là.
Così in questi tre giorni abbiamo partecipato alle attività organizzate dai catechisti Cristian, Veronica, Nelida e Vanesa: dai giochi con i bambini delle scuole, alla visita alle famiglie per la preparazione della messa di quella domenica.
Oltre all’incredibile gioia dei bambini e ai bellissimi momenti di condivisione passati assieme ai catechisti, la cosa che più mi ha colpito è stata la visita alle famiglie, fatta con vero spirito missionario dai catechisti di là: alla mattina si partiva a piedi e poi si andava a “bussare”(in realtà il campanello è un semplice battito di mani) di famiglia in famiglia per avvertire della messa, per pregare e per fare due chiacchiere magari davanti ad una tazza di mate (tipica bevanda di là che è tradizione bere in compagnia passandosi la tazza con il mate).
Le case di queste famiglie per la maggior parte sono costituite solo da una stanza dove stanno solo i letti, fatta da una tettoia in legno chiusa magari da 2 o 3 muri sempre in legno, e la parte restante con delle tende.
L’impatto con questa situazione di povertà mi ha bloccato, tanto che non sono riuscito neanche a fare una ripresa e in una casa mi sono addirittura sentito di troppo io.
Ma la cosa stupefacente è che nonostante la povertà, queste persone non appena ci vedevano arrivare subito smettevano di fare tutto e preparavano le seggiole offrendoci e condividendo, senza pensarci due volte, quella che poi sarebbe stata la loro cena: mate appunto e tortilla (una focaccia semplice non lievitata). E invece noi ci facciamo problemi per dare un po’ delle nostre briciole a chi ne ha bisogno.
Nicola
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Il Dono
Ancora sono stordito dall’esperienza a Monte Quemado ma una cosa mi è ben chiara: pensavo a quanto noi, “gente che sta bene” credevamo di poter essere un dono per loro, mentre è stata proprio la gente di là ad essere dono per noi.
Dono tramite l’accoglienza che li portava a condividere tutto anche quel poco che avevano magari per cena con noi estranei che accompagnavamo i catechisti.
Dono con quell’anello di rame placcato d’oro regalatomi da una bambina l’ultima volta che visitavamo la scuola di Padre Marcello. Un anello così piccolo e consumato che quella bambina ha donato a me ricco italiano.
In quel momento sono stato io a sentire di non potere ricambiare il dono. Come avrei potuto ricambiare quel gesto d’amore così grande che aveva portato quella bimba a regalarmi quel suo prezioso tesoro?
Nicola
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L'esperienza fatta nella
scuola di P. Marcelo come sostituta dell'insegnante di plastico e con le suore
in giro per le famiglie è stato fondamentale per entrare a contatto sia con i
bambini che con la realtà di questa cultura e paese così diverso dal nostro.
Nella scuola il ritmo di apprendimento è totalmente diverso, la scuola inizia
alle 8 ma circa una mezzora prima per ogni bambino viene servita la colazione
che consiste in una tazza di latte caldo con caffè ed un pezzo di pane.
I programmi di studio sono piuttosto vecchi e poi date la grandi difficoltà
economiche gli alunni non possiedono libri in quanto sono molto costosi, alcuni
insegnanti procurano delle fotocopie ma la cosa rimane molto saltuaria.
Verso mezzogiorno viene servito il pranzo che consiste in un unico piatto caldo
contenente pasta verdura e carne. Ogni bambino porta con se la tovaglietta, il
piatto, il cucchiaio e la tazza, purtroppo non è possibile garantire il pranzo
tutti i giorni dipende dalle disponibilità economiche.
Nella mia permanenza a Monte Quemado ho potuto condividere parecchi momenti
della mia giornata con i bambini e la cosa che mi ha colpito è stata la
loro grande generosità, la loro voglia di voler condividere quelle poche cose
che hanno e il grande attaccamento che avevano nei nostri confronti.
Un attaccamento dato dalla grande mancanza di affetto che ogni famiglia
probabilmente non è capace di dare dato il grande numero di figli che possiede.
Entrare a contatto con le famiglie più povere è stato alcune volte
imbarazzante e a volte difficile ma questo è stato molto utile a capire quanto
spreco c'è a volte nella nostra vita.
Vedere persone inferme in strutture adeguate è difficile ma vedere tutto questo
in una situazione ancora più disagiata e vedere le stesse persone tirare fuori
un carattere ed una fede grande è forse la cosa che più ti disarma e ti fa
rendere conto di quanto nella nostra vita non si apprezza.
Ora che sono tornata tutto mi sembra strano, il calore e l'affetto che questa
gente è riuscito a trasmettermi in così poco tempo è un tesoro grande
che vorrei condividere con le persone che ancora non hanno trovato una via nella
loro vita, che troppo prese dalla routine non hanno ancora capito che anche
stando qui la vita può essere migliore se vissuta con entusiasmo e senza
freneticità.
Valentina
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Virgen del Carballo
La devozione mariana nella provincia di Santiago del Estero (Argentina) trova una delle maggiori espressioni proprio a Monte Quemado, dove ogni anno verso la metà di agosto si tiene la festa in onore de la Virgen del Carballo. La storia vuole che nel XIX secolo, a pochi chilometri dalla cittadina, alcune persone di quel borgo desolato e povero similmente ad altri, chiamato “Carballo” (calvario) siano state miracolate e guarite grazie alla Madre Santissima, manifestatasi in un’immagine lì, in mezzo al bosco.Questa grazia non è certo passata inosservata, il culto a Maria è andato rafforzandosi e si rimane senza parole quando, ancora oggi, entrando in una baracca di gente poverissima ci si trova davanti ad un altarino dedicato alla Madonna, tanto da chiedersi “dov’è la nostra fede?”. Stessa domanda che ci si pone ascoltando l’episodio raccontatoci da P .Marcello, di un cieco che rivolgendosi alla Virgen le disse: “No te veo pero te creo” (Non ti vedo però ti credo), mentre riceveva la benedizione durante la processione. Processione che è la più eclatante manifestazione di fede di questa gente e a cui anche noi, 14 agosto 2004, abbiamo partecipato. E in prima fila per giunta, visto che coi giovani della parrocchia eravamo il “servizio d’ordine”, da dove abbiamo potuto vedere questo lungo fiume di persone, almeno settemila, arrivate da ogni dove anche a bordo di (pseudo)autobus pieni e stracolmi di uomini donne bambini bandiere biciclette e quant’altro, camminare al seguito dell’immagine della Virgen. A precederla invece due suonatori che con violino e bombo intonavano una specie di tarantella: subito abbiamo sospettato che non si sarebbe trattato di una “normale “ processione. Infatti c’era un esaltante clima di festa: musica, canti, balli e preghiere, dispensati da una suora poderosa che incitava il corteo manco fosse un capo ultrà o la vocalist di una discoteca. Ogni tanto ci si fermava davanti alle abitazioni, spesse volte gente malata chiedeva conforto e una grazia alla Madonna, altre volte persone devote le offrivano una preghiera, un pensiero. Qualche buonanima ci ha anche rifornito di acqua durante il tragitto perché i trenta gradi – nonostante l’inverno sudamericano – il vento, la polvere e le cinque ore di cammino si sentivano. Infine di fronte al santuario le migliaia di persone hanno assistito alla messa, concelebrata anche dal nostro don Luciano. Al calar della sera, risaltava la luce delle tante candele accese dai pellegrini. E come le candele, anche noi siamo rimasti “accesi” una volta finita la processione, prima in giro per le curiose bancarelle che per l’occasione si erano ritrovate a centinaia a riempire il quartiere; poi trascorrendo la notte con i ragazzi della parrocchia aspettando il rosario dell’aurora, mentre tra un mate e un altro si assaporava soprattutto l’amicizia legata alla preghiera (e un po’ di sonno). La messa mattutina e la piccola processione finale hanno concluso la festa, l’evento straordinario che raccoglie i grandi numeri. E che contribuisce ad alimentare la fede vissuta nella quotidianità.
Enrico Gargamelli
Perché tanta povertà? Perché una realtà così differente? Perché tante contraddizioni? Come si può cambiare? Sono domande che mi sono posto, ma a ben pensarci sono più grandi di me e non posso rispondere. L’unica cosa che va oltre questi interrogativi e mi permette di essere vicino alle persone incontrate a Monte Quemado, anche a 12000km di distanza, è la fede: il vero motivo di questa esperienza.
Enrico Gargamelli