Cronaca del terremoto del 1930

Scritta da un seminarista dell’epoca

 

Gustata con la solita calma e l’immancabile buon appetito la colazione, si uscì circa le ore 8 dal refettorio e scorreva ora troppo veloce la breve ricreazione precedente lo studio.

Si avvicinava la festa della Vergine Immacolata venerata col titolo della "Medaglia Miracolosa" e la festa quest’anno doveva essere solenne: Incoronazione dell’Immagine esposta nella cappellina, altare nuovo, Ordini Sacri, invito e probabile presenza dei Vescovi di Jesi, Osimo Cingoli.

Ciò che da molto tempo era stato oggetto di sogni e progetti doveva tradursi in realtà ed è così che il mattino del Giovedì 30 Ottobre, oltre ai soliti sollazzi, parecchi Seminaristi erano occupati a preparare grandiosi trasparenti che dovevano render belli la nostra cappellina e i nostri corridoi. La gioia che suole allietare l’aspettativa di giorni felici, non diminuita ancora dagli studi incominciati da poco, era nell’animo e negli atti di ognuno.

Eppure tra pochi momenti, sarebbe tutto troncato.

La scossa sussultoria ed ondulatoria, si sentì circa le ore 8,10. L’agitarsi terribile delle pareti, le grida dei compagni, il tonfo dei tetti e dei soffitti, la sensazione di un pericolo grande invincibile fulminosamente sopravvenuto, sconvolgono e sopraffanno la resistenza dell’uomo che, quasi automa, assiste al flagello. Poi le impressioni ritornano integre, vive e palpitanti, riacquistano la loro attività impressionante e la mente rivive la terribilità di ogni fatto. Allora non si spera nell’aiuto dell’uomo; solo Dio è presente e le preghiere fervide tra le grida di spavento, erano rivolte alla Vergine Santa, a Dio. Da questo certa la convinzione di non morire che pur tra lo spavento era in ognuno "Mi sembrava impossibile morire; la Madonna non poteva farci morire". E per dare un quadro più completo del fatto seguiamo, per quanto è possibile, i diversi gruppi degli alunni sparsi nel fabbricato.

Nella cameretta di ricreazione, mutata in luogo di lavoro, erano Allegrezza, Bruschi, Manoni Franco, Ciattaglia e ai primi cenni del terremoto ci lanciammo alla porta. La scossa durava interminabile "Signore, basta; non finisce mai; ave Maria!" Le preghiere le grida impressionavano più che altra cosa le menti. Tra le mani stringenti il muro si staccava l’intonaco. Dalla camerata dei piccoli due bambini fuggono terrorizzati gridando; li seguiamo tra il polverume acre di calce; "Fermi bambini, fermi, fermi". In fondo alla lunga scalinata intatta li raggiungiamo e ci fermiamo al portone.

Poco dopo dalle scalette si affollano gli alunni delle altre camerate. Il Prefetto Ansuini della camerata S. Stanislao aveva chiamato presso la porta gli alunni: Balducci, Mencucci, Segoni e Greganti erano nelle vicine camerette per la lavanda dei piedi. I primi tre fuggirono, Balducci e Mencucci senza scarpe e calzette, verso la camerata; Greganti fuggi solamente quando le macerie cadendo l’ebbero ferito in due parti alla testa. Nelle camerette e nel breve corridoio che attraversavano per raggiungere i compagni cadeva in quel momento il soffitto.

Nella camerata S. Giovanni Berchmans soli pochi corsero alla porta, tra questi Bonucci vice prefetto, che spaventato, intonava tragicamente il "Miserere".

Il prefetto Agostinelli e Paniconi e Titti si allontanarono di poco dalla parete e questa cadeva con fracasso. Tra le macerie, attraverso la camera e lo studio del vice Rettore sino alla camera del Padre Spirituale appariva impressionante lo squarcio.

Non avendo compreso l’invito del Prefetto Federiconi che l’invitava a correre alla porta e alle finestre, gli alunni della camerata S. Gabriele rimasero attorno al grande tavolo posto nel mezzo della sala e furono veduti fare il gesto di chi salta spinti dal movimento sussultorio del terremoto. Erano quasi tutti piccoli e tra lo scompiglio gridavano spaventati.

Le tre camerate fuggirono nel corridoio: "Fermi il corridoio grande è caduto!". Rimanemmo allibiti: "Dove fuggire?"; "Le scalette! Le scalette!" grida Garofoli Pasquale. La porta è chiusa: si sfonda e via verso l’aperto. Mantoni sacrestano, attraversava il presbiterio, mentre incominciava la scossa. "Aguzzi (era sacrestano minore) fa il grazioso" andava pensando nel veder tremare la cappella; poi comprese e corse alla porta della sagrestia; vide cadere i candelieri e dalla volta un blocco d’intonaco; attraversò il presbiterio e giunse alla porta opposta ove era Aguzzi: "Basta, Signore, basta! Basta!" gridava Mantoni "E se non ero io…" ci diceva più tardi scherzando "ancora tremava".

Con Aguzzi scappò quindi verso la scala e giunsero al portone quando dalle scalette giungevano le tre camerate; vengono in disordine, affannati, bianchi di polvere, qualcuno ferito, Verdenelli con la sola cappottina (era al bagno) Balducci e Mencucci scalzi, Greganti con una sola scarpa.

Gridano, vogliono uscire. Un groviglio di fili ostruisce il passaggio, scansato il nuovo pericolo dal coraggioso Carestini che, impugnato il manico di una pala, allontanava i fili, escono salvi.

Ed ecco, gli occhi dilatati, le labbra sporche di sangue e di polvere, il volto sformato, brutto, Paladini gridare: "I piccoli sotto le macerie!". Quasi tutti sono usciti; le pareti pericolano, si temono nuove scosse, si teme la morte; ma in alto invocano aiuto, e guardinghi e pregando, Federiconi, Carestini ed altri via per la interminabile scalinata. Stavano estraendo Pierpaoli Aristide che, con le gambe chiuse tra le travi, sorrideva alle premure ed agli sforzi che intorno a lui facevano i compagni. Liberato si alzò e ricadde; allora pianse e fu portato all’ospedale (piazza avanti l’ospedale); aveva slogato un piede, ma in poco tempo guarì; avevano estratto prima Rocchetti A. e Cardinaletti S. feriti alla testa; Barbaresi ed Agostinelli A. mancavano. Si sospese il lavoro; il Prefetto gridò il nome dei due: silenzio! Ci fissammo muti; il mucchio di macerie giaceva immobile, tetro; sembrava gravasse sul petto di ognuno.

Attraverso il tetto spezzato, il sole salendo ad oriente, illuminava tristemente le scena.

"Don Giuseppe, l’assoluzione!". Il Vice Rettore era nella sala del Teatro durante la scossa insieme a Manoni Riccardo e a Frezzotti. Poi era corso ove più grande era il pericolo. La formula sacramentale dell’assoluzione non usciva dalle labbra agitate. Dopo l’assoluzione, alcuni rimossero i rottami senza speranza, senza coraggio, senza forza. Il maresciallo di finanza con tre soldati arrivando ci rinfrancò; e ci gridarono che i due erano salvi fuggiti tra i primi.

Ed allora via con fuga impaziente e repressa attraverso corridoio dalle pianelle sconnesse, per la sca1a polverosa al portone, all’aperto. Fuori fuggivano gridando, piangendo vecchi, bambini, uomini e donne soli o trascinantesi insieme, malvestiti; spinti da uno stesso spavento, portati dal medesimo istinto scappavano dalla casa che tante volte, lontani, si era con impazienza bramata. Su barelle improvvisate qualche ferito era portato all’ospedale. Ed i morti? Dieci, venti, quaranta!

Evidentemente nessuno lo sa con esattezza.

In piazza d’armi troviamo i compagni salvi, tutti. Verdenelli è tornato a prendere le vesti, Greganti, ferito, piagnucola attorno a Garofoli; il papà che era venuto a fargli visita s’impressiona né sa dirgli parola.

Vedo Luzietti Ettore con la mamma: "Eravamo in sala di udienza" dice la donna "ci siamo abbracciati, saremmo morti insieme".

Quando siamo certi della presenza di ognuno, recitiamo in ringraziamento il santo Rosario. Qui l’assenza significava la morte.

In alto giunge rombando l’aereoplano: si avvicina, volteggia a bassa quota su noi. Ora il rombo è cessato, il sibilo dell’elica sembra un gemito; la voce, il richiamo di un amico.

Poco dopo il Vice Rettore, interrogato Mons. Vescovo ci dice di far ritorno alle nostre famiglie. Con dolore ci salutiamo, ma desiderosi di rivedere i nostri cari, i paeselli natii.

Chi parte in bicicletta, chi in automobile, chi su un cavallo, con vesti lacere e scarpe polverose, qualcuno senza cappello; in breve tempo ci disperdiamo.

Il dì seguente, venerdì, il Rettore saputo del terremoto parte subito da Roma e giunge dopo mezzanotte fra il timore e la speranza.

Senigallia, illuminata e deserta, piantonata agli sbocchi delle vie, produce nell’animo del Rettore un impressione tremenda. Giuseppe, portinaio, piangendo apre la porta del Seminario al Rettore.

112 novembre tornano i Seminaristi di Morro a prendere le cose loro; lo stesso altri nel giorno seguente.

Il 4 novembre il Rettore torna a rivedere la villa che trova abbastanza massacrata.

Il 5 torna il Vice Rettore. In città è un gran fuggi fuggi, una gran confusione e desolazione.

Ogni giorno i danni appariscono più gravi. Senigallia non è più.

Il 5 torna l’Economo da Bologna. Il Rettore celebra con il Vice Rettore una Messa di ringraziamento nella Cappellina del Seminario, avanti la Madonna che ha salvato i seminaristi.